Diabete mellito

Significato clinico del diabete

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Appartenente al gruppo delle malattie del ricambio, meglio conosciute come dismetabolismi, il diabete mellito è una patologia piuttosto comune riguardante il metabolismo dei glucidi.

Nella sua forma conclamata esso consiste in un aumento della concentrazione di glucosio a livello ematico, che prende il nome di iperglicemia, e che, in alcune circostanze, provoca la comparsa di questa sostanza anche nelle urine (glicosuria).

Il suo significato clinico è collegato a un’alterata secrezione di insulina, l’ormone sintetizzato dalla porzione endocrina del pancreas, il cui ruolo è quello di controllare principalmente la fase catabolica degli zuccheri.

Il diabete è una malattia che coinvolge non soltanto il metabolismo dei carboidrati, ma anche quello dei lipidi e delle proteine.

Questo disturbo può essere di vari tipi, e precisamente:

1. diabete primitivo, comprendente:
– di tipo I
si tratta della forma insulino-dipendente che può essere o meno accompagnata da obesità;
– di tipo II
si riferisce alla sua forma giovanile;

2. diabete secondario, derivante da alterazioni ormonali, da terapie continuative con alcuni farmaci, da anomalie funzionali dei recettori insulinici oppure da malattie genetiche.

Più che una vera e propria malattia, il diabete viene considerato una sindrome (sindrome diabetica) in quanto la sua genesi è di tipo multifattoriale poiché presenta un quadro morboso prodotto da numerosi fattori eziologici, tra cui l’alimentazione, cause ereditarie e ambientali, deficit funzionali a livello organico.

Nella maggior parte dei casi si parla comunque di diabete idiopatico primitivo, che colpisce oltre il 5% della popolazione e che quindi viene considerato una vera e propria patologia sociale.

Dato che esso è responsabile di una vasta gamma di complicazioni che possono avere conseguenze anche molto gravi, la sua genesi viene considerata un’importante causa di mortalità.

Il diabete infatti è un disturbo cronico che nel corso della vita allarga progressivamente il suo raggio d’azione, andando a coinvolgere praticamente l’intero organismo.

Uno dei principali problemi collegati a questa patologia dipende dal fatto che nelle sue fasi d’esordio spesso è asintomatico e quindi di solito viene diagnosticato quando è già in uno stadio avanzato e quindi curabile con maggiore difficoltà.

Inoltre bisogna considerare che il metabolismo del glucosio è un meccanismo indispensabile alla sopravvivenza e che pertanto qualsiasi modificazione al riguardo può assumere significati clinici di estrema rilevanza.

Basti pensare che il sistema nervoso (responsabile del controllo di tutte le funzioni vitali) trae nutrimento unicamente dagli zuccheri e che quindi un’alterazione del loro metabolismo è in grado di modificare l’intera omeostasi dell’organismo.

Prima di manifestarsi con un’evidente sintomatologia, il diabete può rimanere silente per anni, in quanto in queste fasi l’unico modo per diagnosticarlo dipende dall’esecuzione di analisi ematochimiche relative alla misurazione del glucosio nel sangue e nell’urina.

Nella maggior parte dei casi, la sindrome diabetica è preceduta da una fase iniziale di iperglicemia, durante cui il glucosio non viene metabolizzato in maniera fisiologica e tende quindi ad accumularsi a livello ematico.

Il paziente è affetto da un’intolleranza ai glucidi che, indipendentemente dalla quantità con cui vengono assunti, non riescono ad essere metabolizzati correttamente, innescando una serie di scompensi biochimici che riguardano tutto il corpo.

Con il manifestarsi dei sintomi clinici il diabete può assumere differenti manifestazioni per evoluzione (più o meno rapida), per gravità (più o meno evidente) e per reattività alle terapie, che può anche essere nulla.

Tipi di diabete

Diabete tipo 1

Nel diabete di tipo I, denominato anche diabete giovanile, la patogenesi dipende principalmente da un difetto organico collegabile alla distruzione delle cellule beta del pancreas, che sono quelle responsabili della sintesi di insulina.

Si tratta di un disturbo su base autoimmune che coinvolge la porzione endocrina del pancreas, un organo comprendente due parti distinguibili sia morfologicamente che funzionalmente.

Questo organo infatti è formato da una componente esocrina, responsabile della produzione del succo pancreatico, un liquido particolarmente ricco di enzimi, il cui ruolo è quello di partecipare ai processi digestivi, e da una endocrina, costituita dalle cellule secernenti insulina e concentrate nelle Isole di Langerhans.

Nel diabete di tipo I non vi è insulina in circolo in quanto le cellule pancreatiche non sono in grado di sintetizzarla, generalmente a causa di un difetto genetico su base ereditaria.

La sequenza patogenetica di questa forma comprende una predisposizione cromosomica responsabile del deterioramento delle cellule beta pancreatiche che, a loro volta agiscono sul sistema immunitario innescando un’errata risposta di tipo autoimmune che sta alla base del blocco funzionale della porzione endocrina del pancreas.

Diabete cause


Le cause che stanno alla base della malattia non sono state ancora completamente chiarite anche se probabilmente collegate a reazioni autoimmuni, proprio per questo motivo l’esame d’elezione per diagnosticarla si basa sulla ricerca di auto-anticorpi specifici.

In alcune specifiche situazioni sembra che anche i virus possano essere coinvolti nella genesi del disturbo, comportandosi come antigeni in grado di scatenare un’improvvisa risposta da parte del sistema immunitario.

Questa malattia coinvolge oltre 50 geni che, in base alla loro localizzazione (locus cromosomico), possono mostrare un comportamento dominante, intermedio oppure recessivo.

Altri fattori predisponenti sono riconducibili a matrici virali (come il virus della rosolia), all’assunzione di sostanze farmacologiche responsabili della progressiva distruzione delle cellule pancreatiche, a fattori ambientali.

I sintomi più caratteristici dei pazienti di questo tipo sono riconducibili ai “tre P” corrispondenti a:
– polidipsia (aumento della sete);
– polifagia (aumento della fame);
– poliuria (aumento della produzione e dell’emissione di urina nelle 24 ore).

Un’evidente conseguenza di questa sintomatologia è rappresentata dalla progressiva perdita di peso che il paziente manifesta in seguito all’alterazione di tutto il metabolismo.

In questi casi, l’unica forma di terapia consentita è quella insulinica, consistente nell’apporto dell’ormone per via parenterale e secondo dosaggi che richiedono un costante monitoraggio, soprattutto in relazione all’introduzione degli alimenti.

Infatti è importantissimo valutare le condizioni del paziente sia a digiuno che dopo un pasto, allo scopo di evitare i dannosi picchi glicemici post-prandiali, ma anche gli improvvisi cali di zucchero, altrettanto pericolosi.

I pazienti diabetici di tipo I devono venire addestrati all’autogestione della loro terapia farmacologica con insulina, stabilita in base alla singole esigenze e comunque modificabile in rapporto alla glicemia nel sangue.

Si può dire che l’aspetto maggiormente impegnativo nei casi di diabete insulino-dipendente sia riconducibile proprio al mantenimento di una soglia fisiologica di glucosio nel sangue, che non deve superare il valore di 100 mg/ml.

Le complicanze acute della malattia sono di due tipi:
– chetoacidosi metabolica;
– coma iperglicemico.

La chetoacidosi dipende da un eccessivo accumulo di corpi chetonici (prodotti dal metabolismo glucidico) nel sangue; trattandosi di rifiuti metabolici, essi non possono rimanere a livello ematico e rappresentano pertanto un notevole pericolo per la salute.
I sintomi tipici di tale situazione patologica si manifestano con vomito e dolori addominali, secchezza della pelle, iperventilazione e sonnolenza.

Il coma iperglicemico consiste in un gravissimo stato morboso che porta al decesso dei pazienti nel 50% dei casi e che si evidenzia con l’insorgenza di convulsioni.

Le complicanze croniche sono collegate soprattutto ad angiopatie del macrocircolo (infarto miocardico e ictus) oppure del microcircolo (disturbi a livello capillare come nefropatie, retinopatie e neuropatie).

Inoltre possono subentrare forme di insufficienza renale, cataratta, piede diabetico, infezioni delle vie urinarie, disfunzioni sessuali.

Diabete tipo 2



Il diabete di tipo II dipende invece da un altro meccanismo patogenetico derivante da una minore sintesi d’insulina (che comunque è presente in circolo) e da una contemporanea resistenza alla sua azione sul metabolismo glucidico.

Pertanto in questa forma le cellule del pancreas sono ancora funzionanti, ma in maniera incompleta e di conseguenza la concentrazione di insulina nel sangue non si rivela sufficiente.

In questo tipo di diabete vengono probabilmente coinvolti i recettori insulinici che non sono in grado di funzionare correttamente; infatti, contrariamente alla forma di tipo I, qui le cellule beta hanno una concentrazione normale, ma non riescono a svolgere i loro compiti fisiologici.

Trattandosi di una patologia multifattoriale, anche in questa forma vengono coinvolte varie cause predisponenti, come la senescenza cellulare, la maggiore suscettibilità ad agenti lesivi di varia natura, la presenza di infezioni virali più o meno conclamate, meccanismi di tipo autoimmune, presenza di insulina con inadeguata attività biologica e un regime alimentare scorretto e squilibrato.

Il problema dell’ereditarietà è maggiormente collegato alle forme patologiche che insorgono in età matura piuttosto che a quelle giovanili, a conferma dell’estrema variabilità dell’eziologia di questo disturbo.

Anche per questa forma di diabete la sintomatologia si riferisce ai “tre P” comprendenti polidipsia, polifagia e poliuria, accompagnata anche da una progressiva difficoltà di guarigione delle ferite, astenia generalizzata, pruriti cutanei diffusi, cefalea ed emicrania, disturbi della visione (vista offuscata).

Il diabete di tipo II insorge molto lentamente e può impiegare anche anni per manifestarsi in maniera conclamata.

Tra l’altro molti pazienti sviluppano una forma patologica intermedia denominata pre-diabete e consistente in un’alterazione del metabolismo glucidico, ma senza la comparsa di una sintomatologia evidente.

Si tratta della forma maggiormente diffusa di diabete che interessa oltre il 90% dei casi presenti a livello mondiale e che interessa quasi esclusivamente la popolazione adulta a partire dai 35/40 anni.

Esso è associato molto spesso a forma di obesità, che rappresenta uno dei principali fattori di rischio.

Il ruolo dell’alimentazione risulta fondamentale in tutte le forme di diabete proprio perché si tratta di una malattia metabolica che quindi viene condizionata soprattutto dal tipo (fattori qualitativi) e dalla quantità (fattori quantitativi) dei cibi assunti nelle 24 ore.

La dieta del diabetico non può essere decisa in autonomia, ma al contrario deve venire impostata da uno specialista (diabetologo) che sia capace di calibrare in maniera adeguata tutti gli elementi nutritivi.

La principale esigenza di questi pazienti è quella di mantenete costante la concentrazione di glucosio ematico, eliminando sia i picchi iperglicemici che quelli ipoglicemici.

Pertanto l’organismo deve poter disporre di alimenti contenenti la giusta concentrazione di carboidrati il cui ruolo è decisivo in quanto sostanze energetiche in grado di rendere possibili tutte le reazioni biochimiche dell’organismo.

Una dieta ricca di zuccheri semplici contribuisce ad esaurire la capacità (già limitata) delle cellule beta pancreatiche a produrre insulina; per questo motivo è indispensabile impostare un corretto regime dietetico sotto la guida esperta di un diabetologo.

Per diagnosticare correttamente questo stato morboso è necessario testare i valori di glucosio nel sangue e l’eventuale presenza di zucchero nell’urina (glicosuria), oltre che il dosaggio dei trigliceridi e dell’acido urico.

Le complicanze acute derivanti dalla malattia sono rappresentate principalmente dal coma iperosmolare non chetosico, responsabile di stati d’incoscienza prolungata che possono portare al decesso del paziente.

Le complicazioni a lungo termine prevedono invece delle alterazioni dei grossi vasi (macroangiopatia) e dei capillari (microangiopatia) con tutte le conseguenze del caso.

Per distinguere tra diabete di tipo I e di tipo II il medico deve ricostruire scrupolosamente il quadro anamnestico del paziente, con particolare riguardo alla sua storia clinica a partire dall’infanzia, per poter evidenziare l’eventuale presenza di segnali clinici rilevanti.

La principale difficoltà che si incontra nella formulazione del quesito diagnostico si riferisce alla scarsezza (o anche totale assenza) di una sintomatologia caratterizzante che pertanto complica notevolmente la situazione.

Sintomi diabete

sintomi del diabete

Indipendentemente dal tipo di diabete, il suo sintomo più tipico consiste nell’aumento quantitativo delle urine eliminate, fenomeno che prende il nome di poliuria.

Questa manifestazione patologica dipende dall’aumento di glucosio nel sangue e dal suo trasferimento nelle urine dove, per motivi omeostatici, richiama liquidi, producendo quindi elevate quantità di urina.

Tutte le volte in cui un individuo si accorge di un aumento ingiustificato del volume di urina emessa nelle 24 ore, deve immediatamente controllare, per qualche giorno, se tale fenomeno si mantiene inalterato e, qualora lo fosse, procedere subito con un’analisi del sangue completa di glicemia.

Se il primo segnale è riconducibile a episodi di poliuria, il sintomo successivo è la polidipsia, consistente in un aumento ingiustificato dello stimolo della sete.

La massiccia perdita di liquido emesso tramite la minzione deve infatti essere compensata con una maggiore introduzione di acqua, per evitare che subentrino dei fenomeni di disidratazione.

Questo è il motivo per cui il paziente sente un forte impulso a introdurre acqua nell’organismo, avvertendo costantemente una sensazione di arsura e di secchezza delle mucose.

L’alterato metabolismo del glucosio è causa di una modificazione nella produzione energetica che spinge il paziente a introdurre una maggiore quantità di alimenti.
Si tratta del ben noto fenomeno della polifagia, secondo cui il soggetto avverte costantemente lo stimolo della fame, che lo spinge a introdurre cibi.

La non utilizzazione del glucosio per scopi energetici provoca una notevole mobilizzazione dei grassi di deposito (trigliceridi), che comunque non riesce a completarsi per l’assenza di glucosio, provocando l’accumulo di corpi chetonici nel sangue.

Questi composti (acetone, acido acetacetico e acido beta-idrossibutirrico) sono tossici per l’organismo quando la loro concentrazione è superiore alla soglia fisiologica.
Per questo motivo il loro accumulo ematico causa l’insorgenza di chetosi metabolica, una pericolosa conseguenza del diabete.

La tipica sintomatologia della chetosi comprende: nausea, episodi di vomito profuso, anoressia, dolori addominali e, in casi particolarmente gravi, anche perdita di coscienza.

Un segnale caratteristico della chetosi diabetica è rappresentato dall’odore dell’alito che diventa simile al profumo di frutta marcia; questo fenomeno dipende dal fatto che l’acetone viene emesso tramite ventilazione polmonare con l’aria espirata.

Il progressivo accumulo di acidi (acetacetico e beta-idriossibutirrico) nel sangue determina un’acidosi metabolica responsabile della sofferenza del sistema nervoso centrale, che si manifesta con sonnolenza, perdita di coscienza, coma e morte.

Un sintomo più tardivo consiste nella negativizzazione dell’azoto, derivante dal progressivo catabolismo delle proteine, utilizzate come fonte alternativa di produzione energetica (in mancanza di glucosio).

La perdita di sodio e potassio, sempre collegata ai disordini metabolici del paziente, si manifesta con l’insorgenza di disturbi muscolari e cardiaci riconducibili a fenomeni di ipopotassemia e iponatremia a livello ematico.

I sintomi a carico dell’apparato vascolare riguardano due gruppi di manifestazioni a seconda del tipo di vasi che rimangono coinvolti; i grandi vasi provocano disturbi macroscopici mentre quelli di piccolo calibro sono riconducibili a manifestazioni meno evidenti.

Le macroangiopatie diabetiche sono collegate a lesioni aterosclerotiche che possono evolvere in infarto miocardico acuto o anche ictus.

Le microangiopatie diabetiche si evidenziano con danni a livello oculare (angiopatie alla retina) oppure nel glomerulo renale (nefropatie diabetiche).

Si tratta di sintomi che insorgono più tardivamente rispetto ai precedenti e che richiedono una scrupolosa analisi sia di tipo sierologico, con numerosi test ematochimici), sia di tipo diagnostico.

La chetoacidosi e il coma diabetico, che attualmente rappresentano gravi complicanze della patologia, sono state per anni la principale causa di decesso dei pazienti diabetici che, fino all’impiego di insulina, non traevano vantaggi incisivi dai vari protocolli terapeutici.

Basandosi su una corretta analisi ed interpretazione dei sintomi, il diabete può venire curato in maniera efficace e, anche se nella quasi totalità dei casi non è in grado di regredire fino alla completa guarigione, può comunque essere compensato in maniera efficace.

Esami clinici per diagnosticare e curare il diabete

Per diagnosticare il diabete è sufficiente un semplice esame del sangue emocromocitometrico completo di glicemia che, in condizioni fisiologiche, non deve superare il valore di 100 mg/ml.

Ad esso deve venire associato anche quello delle urine, con ricerca della glicosuria in caso di diabete scompensato, per quantificare la concentrazione di glucosio nel liquido minzionale, che normalmente non dovrebbe essere presente neppure in tracce.

– Il dosaggio dell’emoglobina glicosilata rappresenta un indice di notevole attendibilità in quanto consente di avere un’idea dell’andamento metabolico del glucosio nell’arco di alcuni mesi e pertanto si dimostra molto più indicativo della glicemia (che indica invece uno stato momentaneo).

Il suo valore, che si riferisce alla media dei valori di glicemia negli ultimi tre mesi antecedenti al prelievo, deve essere inferiore al 6%; se risulta minore del 7% indica che il paziente diabetico è ben compensato e quindi ha scarse probabilità di sviluppare complicazioni.

Quando invece il suo valore è superiore al 7% significa che non sussiste un adeguato controllo metabolico e che quindi sono possibili complicanze la cui probabilità aumenta con l’aumentare della percentuale di emoglobina glicata.

– La microalbuminuria è un’altra analisi che permette di calcolare l’eventuale presenza di albumine nell’urina raccolta nelle 24 ore.
Il suo valore fisiologico deve essere inferiore a 15 mg, e un suo incremento è indicativo di una sofferenza renale (nefropatia) di matrice diabetica.

Di norma questo test viene associato al dosaggio di creatinina nel sangue (creatininemia) per effettuare un controllo più completo della funzionalità renale collegata alla patologia diabetica.

– L’assetto lipidico, comprendente la valutazione dei trigliceridi e del colesterolo, è un esame di routine consigliato per monitorare le forme diabetiche in quanto il metabolismo dei grassi è strettamente collegato a quello degli zuccheri.

– Il dosaggio dell’acido urico nel sangue (uricemia) viene consigliato per controllare l’omeostasi metabolica globale del paziente diabetico che spesso mostra un incremento nella sua produzione.

Le apolipoproteine A e B costituiscono un supporto diagnostico per valutare l’indice di rischio cardiovascolare nel paziente diabetico, soprattutto dopo anni di terapia continuativa.

– Gli auto-anticorpi anti-GAD rappresentano un importante mezzo diagnostico per discriminare clinicamente il diabete di tipo I da quello di tipo II che non presentino una sintomatologia caratterizzante e soprattutto in tutti i casi in cui la risposta alle terapie con ipoglicemizzanti orali si sia rivelata inefficace.

– Il dosaggio del calcio, pur non essendo un test di routine per il paziente diabetico, è consigliato nei casi di compromissione renale, dato che questo elemento subisce variazioni di concentrazione associate all’alterazione metabolica del glucosio.

– Gli enzimi epatici vengono prescritti per chiarire il quesito diagnostico sul diabete poiché gli epatociti sono notevolmente coinvolti nel controllo metabolico di tutti i nutrienti, tra cui in primis dei glucidi.

Curva glicemica

curva glicemica o curva insulimetrica

La curva glicemica è un esame clinico finalizzato alla valutazione del metabolismo dei carboidrati e per evidenziare in maniera quantitativa le loro eventuali variazioni.

La curva insulinemica viene eseguita sia a digiuno che dopo l’assunzione di una certa quantità di soluzione zuccherina per monitorare il comportamento metabolico dell’organismo sottoposto alla somministrazione di glucidi.

Considerato il test d’elezione per i diabetici, l’analisi si realizza effettuando un iniziale prelievo di sangue sul paziente a digiuno, per poi ripetere altri prelievi distanziandoli di due ore tra loro fino a cerare una curva.

L’analisi viene richiesta per capire se la concentrazione di glucosio rientra nella soglia di normalità sia a digiuno che dopo la sua introduzione, confermando la sua utilità sia come screening che come supporto diagnostico in caso di iperglicemia oppure di diabete conclamato.

Si tratta quindi di un vero e proprio test di tolleranza al carico orale di glucosio che trova largo impiego non soltanto per i diabetici ma anche per altre indicazioni diagnostiche o per monitorare situazioni fisiologiche come la gravidanza.

La curva glicemica viene richiesta in tutti i casi di sospetto diagnostico per alterazioni del metabolismo dei carboidrati.

Il primo prelievo deve essere eseguito a digiuno, per indicare la concentrazione di glucosio che dovrebbe essere inferiore alla soglia fisiologica di 110 mg/ml.

Il secondo prelievo, che solitamente si effettua dopo due ore dall’ingestione di glucosio sotto forma di bevanda zuccherata, dovrebbe indicare valori inferiori a 140 mg/ml.

Nel caso in cui si manifesti una variazione del profilo glicemico, con la presenza di valori elevati di glucosio ematico, i valori post-ingestione della sostanza sono di norma compresi tra 140 e 200 mg/ml.

Nei casi di ridotta tolleranza al glucosio, il paziente spesso non ha ancora sviluppato un diabete conclamato, ma presenta soltanto una modificazione significativa della curva glicemica, evidenziando caratteri di problematicità che vanno comunque affrontati dal punto di vista terapeutico.

Il diabete mellito viene diagnosticato nel caso in cui i valori della curva glicemica superino i 126 mg/ml a digiuno, e i 200 mg/ml dopo due ore dall’ingestione di glucosio.

Questo test deve venire eseguito rispettando alcuni presupposti, che sono:
– assunzione di una bevanda costituita da 300 ml di acqua contenente 75 grammi di glucosio in un arco di tempo compreso tra uno e cinque minuti;
– sequenza di prelievi ematici effettuati a digiuno, dopo due ore oppure dopo trenta, sessanta o novanta minuti.

Per prepararsi all’analisi il paziente deve sospendere l’assunzione di farmaci ipoglicemizzanti nei tre giorni precedenti all’indagine, e introdurre almeno 150 grammi di carboidrati ogni giorno.

Al momento dei prelievi il soggetto deve essere a digiuno da quattordici ore e l’esame non può essere eseguito quando la glicemia a digiuno supera i 126 mg/ml.

Approccio terapeutico al diabete

L’approccio terapeutico del diabete rappresenta un campo notevolmente complesso il cui obiettivo è quello di riportare i livelli ematici del glucosio entro alla soglia fisiologica di 100 mg/ml.

Trattandosi di una patologia che può avere effetti a breve e a lungo termine, il diabete deve essere curato in maniera articolata ed efficace, servendosi anche di un monitoraggio costante finalizzato a controllare l’efficacia del protocollo terapeutico.

Il primo fondamento necessario per procedere a una corretta impostazione terapeutica del diabete è quello del regime dietetico: una dieta sana, equilibrata e variata rappresenta un presupposto di estrema rilevanza per il miglioramento delle condizioni fisiche del paziente.

È necessario associare una regolare pratica di esercizio fisico e, secondo indicazione medica, l’assunzione di specifici farmaci ipoglicemizzanti.

Terapia del diabete di tipo I

Basandosi sul fatto che la causa del diabete di tipo I è la distruzione autoimmune delle cellule pancreatiche insulino-secernenti, lo scopo terapeutico è quello di riportare i livelli glucidici entro valori normali.

Questa finalità si ottiene mediante tre capisaldi, che sono:
– un regime alimentare adeguato;
– una regolare attività fisica;
– una terapia ormonale sostitutiva a base di insulina.

Per questi pazienti è necessario un controllo giornaliero della glicemia, in relazione al dosaggio di insulina sintetica.

Il diabete di tipo I è una malattia inguaribile ma curabile, che presenta ottime probabilità di controllare in maniera più che soddisfacente il tasso glicemico del sangue.

Diabetici di questo tipo non possono sospendere mai la terapia ormonale per evitare rischi di picchi glicemici pericolosissimi per la loro salute.

Terapia del diabete di tipo II

Il diabete 2 è una forma di diabete dove le cellule pancreatiche sono attive ma non riescono a produrre una quantità sufficiente di insulina che sia efficace per un metabolismo regolare dei carboidrati.

Per questi pazienti viene consigliata una dieta appositamente studiata, un regolare esercizio fisico e l’assunzione di farmaci ipoglicemizzanti orali, con controllo settimanale della glicemia.

L’impiego dei farmaci subentra soltanto nei casi in cui non sia sufficiente l’approccio dietetico.

Diabete cosa mangiare

Secondo le più recenti linee guida, il diabetico deve rispettare un regime dietetico caratterizzato da un apporto calorico equilibrato.

Diabete alimentazione

I diabetologi consigliano un’assunzione di carboidrati pari al 50% delle calorie giornaliere, evidenziando un preciso cambiamento di approccio dietetico rispetto al passato.

L’apporto di grassi, preferibilmente polinsaturi e monoinsaturi, deve rappresentare meno del 20% delle calorie giornaliere, così come quello delle proteine.

Diabete cibi da evitare


Una corretta alimentazione per questo tipo di pazienti deve eliminare completamente il consumo di bevande alcoliche e di dolci a base di zuccheri semplici e raffinati, privilegiando carboidrati integrali sotto varie forme.

Di particolare importanza si rivela anche l’apporto giornaliero di fibre provenienti dall’assunzione di frutta, verdura e cereali integrali, il cui ruolo è quello di controllare la glicemia, riducendo anche i livelli lipidici nel sangue.

Attività fisica nel soggetto diabetico

diabete attività fisica

Una regolare attività fisica riveste una fondamentale importanza per la terapia del diabete, allo scopo di favorire il passaggio del glucosio dal sangue ai tessuti (soprattutto quelli muscolari), sfruttando un meccanismo indipendente da quello dell’insulina.

In questo modo si realizza una riduzione dei livelli ematici di glucosio, con eliminazione dei picchi glicemici.

Praticando una moderata attività sportiva, viene migliorata anche la sensibilità tissutale nei confronti dell’insulina, limitando il fenomeno dell’insulino-resistenza.

L’esercizio fisico contribuisce a diminuire il rischio cardiovascolare e a regolare il peso corporeo, migliorando quindi il benessere dell’intero organismo.

I diabetici devono praticare sport non particolarmente impegnativi, come nuoto, footing, cyclette e corsa leggera.

Secondo il parere degli esperti, per ottenere reali benefici da queste attività, il diabetico le deve praticare per almeno trenta minuti tre volte alla settimana.

Un problema collegato allo sport nel diabetico è quello energetico, dato che l’energia viene prodotta principalmente a partire dai carboidrati.

Nel caso del diabetico sottoposto a terapia ipoglicemizzante, la disponibilità del glucosio è inferiore e di conseguenza devono essere catabolizzati altri alimenti energetici.

In questo senso risulta fondamentale un corretto bilanciamento dei nutrienti, che deve essere stabilito mediante un consulto tra dietologo e diabetologo.

Se infatti si dimostra pericolosa la presenza di picchi iperglicemici, diventa altrettanto dannosa quella di picchi ipoglicemici, che potrebbero innescare fenomeni ipotensivi.

Farmaci per il diabete come curare il diabete

I farmaci utilizzati nella terapia del diabete, che hanno la finalità di ridurre la glicemia, si distinguono in ipoglicemizzanti orali e insulina sintetica.

Gli ipoglicemizzanti orali agiscono stimolando l’attività delle cellule beta pancreatiche e sensibilizzando i tessuti periferici nei confronti dell’insulina.

Il loro meccanismo d’azione giustifica l’elevata efficacia di questi medicinali considerati di prima scelta per la terapia del diabete di tipo II: essi non vengono utilizzati su pazienti affetti da diabete 1, poiché le loro cellule beta del pancreas sono state completamente distrutte a causa dei fenomeni di autoimmunità.

È risaputo che un impiego prolungato di ipoglicemizzanti orali può perdere efficacia nel lungo periodo, rendendo necessario un attento monitoraggio dell’evoluzione patologica.

La progressiva perdita di efficacia di questi preparati giustifica la necessità di associarvi un regime dietetico programmato e un’adeguata attività fisica.

L’insulina

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Considerata l’unica terapia ormonale sostitutiva in caso di diabete di tipo I, l’insulina sintetica è un farmaco che deve essere assunto per tutta la vita, dato che è indispensabile per la sopravvivenza del malato.

Attualmente sono disponibili numerosi tipi di insulina, tra cui quella di pronto intervento (fast), quella ad azione ritardata e la tipologia intermedia.

Grazie a tale ampia disponibilità di principio attivo, le terapie insuliniche sono in grado di coprire l’intero fabbisogno quotidiano dell’ormone, eliminando la necessità di somministrazioni notturne oppure prima e dopo i pasti.

In base alle singole esigenze dei pazienti, è quindi possibile personalizzare il protocollo terapeutico che di norma impiega l’insulina rapida prima di ogni pasto principale, mentre quella ritardata prima del riposo notturno.

Le modalità di somministrazione di questi prodotti prevedono iniezioni sottocutanee a livello del tessuto adiposo addominale, che si è rivelato il più recettivo all’ormone.

Il dosaggio dell’insulina è strettamente dipendente dalla sensibilità individuale e presuppone un monitoraggio scrupoloso e prolungato tramite test ematici.

Complicanze del diabete

Sia gli ipoglicemizzanti orali che l’insulina possono mostrare degli effetti avversi, che, data la maneggevolezza dei preparati, sono piuttosto rari e dipendono quasi unicamente dal dosaggio.

Diabete sintomi iniziali


I segni più tipici di tali manifestazioni sono rappresentati da cefalea, vertigini, tremori, sudorazione fredda, pallore cutaneo, palpitazioni, astenia, ansia e irritabilità.

Nel caso di somministrazione dell’insulina, si possono verificare fenomeni di lipoatrofia nelle sedi delle iniezioni sottocutanee.

Sono possibili anche reazioni allergiche con manifestazioni eritematose, edematose e pruriginose, di solito localizzate.

Per pazienti su cui le terapie farmacologiche non risultano efficaci, è possibile intervenire in maniera definitiva con il trapianto del pancreas, oppure anche soltanto della sua porzione endocrina.

Si tratta di interventi invasivi da effettuarsi unicamente in caso di diabete di tipo I e comunque scarsamente realizzabili a causa degli effetti collaterali particolarmente gravi conseguenti ai trattamenti immunosoppressivi, necessari per evitare il rigetto.

Pertanto le attuali tendenze terapeutiche sono orientate verso l’assunzione di farmaci ipoglicemizzanti, tenendo sempre presente l’importanza fondamentale del regime dietetico.

Controllo delle terapie

Mai come per i pazienti diabetici risulta indispensabile uno scrupoloso e continuativo controllo delle terapie, che viene effettuato mediante analisi del sangue.

Il controllo della glicemia è un esame di routine che dovrebbe essere effettuato anche dalle persone sane come metodo di screening.

Nel caso di pazienti affetti da diabete, la glicemia è un test di vitale importanza, da ripetere costantemente anche a domicilio.

Sono infatti disponibili dei presidi diagnostici che permettono di quantificare la concentrazione di glucosio nel sangue attraverso l’analisi di una gocciolina di liquido ematico.

Nel caso del diabete di tipo I tali analisi devono essere ripetute quotidianamente, mentre per diabete di tipo II è sufficiente un controllo mensile durante la fase di impostazione della terapia e trimestrale quando la terapia è in corso.

Oltre a garantire il monitoraggio della glicemia, le analisi del sangue consentono di aggiustare le terapie farmacologiche in base alle reazioni dei singoli pazienti.

Per avere la certezza di tenere sotto controllo il diabete è necessario personalizzare al massimo le terapie farmacologiche, sia in base alla sensibilità individuale del malato, che in base all’influenza di agenti esterni come l’alimentazione e l’attività fisica.

Anche se il diabete è una malattia da cui non si guarisce, le sue terapie possono raggiungere obiettivi particolarmente vantaggiosi, in grado di offrire una qualità di vita di alto livello.


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