Breath-test (intolleranza al lattosio)

Intolleranza al lattosio e linee guida per la corretta esecuzione del breath test lattosio

L’intolleranza al lattosio è un disturbo sempre più frequente; ne soffre quasi la metà della popolazione mondiale, ma la sua distribuzione varia in rapporto all’etnia. Quest’affezione colpisce, in modo particolare, il 50% degli italiani, il 22% degli americani e una percentuale altamente variabile di cittadini europei.

La presente guida vuole essere d’aiuto a soggetti potenzialmente intolleranti al lattosio, biologi e analisti; ci soffermeremo, difatti, sulle caratteristiche di questo disturbo per concentrarci poi sulla sua diagnosi con l’ausilio di diverse analisi tra cui il noto breath test.


Che cos’è il lattosio e qual è la sua concentrazione negli alimenti

Il lattosio è uno zucchero (carboidrato o glucide) di origine animale prodotto dalla ghiandola mammaria dei mammiferi. Si tratta, dal punto di vista chimico, di un disaccaride formato da una molecola di galattosio e glucosio unite tra di loro tramite un legame 1,4-glicosidico.

Il lattosio, contenuto nel latte in una percentuale circa pari al 98%, si presenta sotto forma di massa biancastra o polvere bianca cristallina; è lievemente solubile in acqua, inodore e poco dolce.

Il cosiddetto zucchero del latte è, dunque, presente nel latte e nei suoi derivati in concentrazioni altamente variabili: un litro di latte vaccino contiene circa 50 grammi di lattosio, ma tale apporto diminuisce in modo progressivo in yogurt e formaggi. Il lattosio viene, inoltre, aggiunto in molteplici alimenti industriali quali gnocchi di patate, salse, budini, prodotti da forno e cioccolato al latte; lo stesso zucchero è, infine, presente come eccipiente nel 20% circa dei farmaci in commercio.

Il lattosio tra digestione e intolleranza

La digestione del lattosio è governata dall’enzima lattasi che guida la scissione dello zucchero in glucosio e galattosio; tali elementi vengono successivamente assorbiti dalle pareti intestinali e reimmessi nel circolo sanguigno.

Quantità insufficienti di enzima lattasi o mancato funzionamento dello stesso possono, invece, dare origine alla cosiddetta intolleranza al lattosio.
Tale disturbo viene classificato nel seguente modo.

Intolleranza primaria: si registra un deficit nella produzione dell’enzima lattasi a livello intestinale. Questa condizione può manifestarsi durante lo svezzamento o in età adulta.

Intolleranza congenita: si tratta di una rara forma genetica presente fin dalla nascita che si traduce nell’incapacità da parte dell’individuo di produrre l’enzima lattasi.

Intolleranza secondaria e transitoria: sopraggiunge in presenza di altre patalogie (enterite acuta, malattie infiammatorie di natura cronica) e si risolve o migliora con la guarigione della persona.

Quali sono i sintomi dell’intolleranza al lattosio

I sintomi dell’intolleranza al lattosio sono strettamente correlati alla permanenza dello zucchero non digerito all’interno dell’intestino.
Il soggetto affetto da tale disturbo può, dunque, manifestare:

• sensazione di gonfiore addominale;

• dissenteria o stipsi;

• crampi addominali;

• meteorismo;

• cefalea;

• digestione lenta;

• nausa, emesi;

• rigurgiti acidi;

• affezioni cutanee.

I sintomi possono presentarsi in un arco temporale estremamente variabile; l’associazione di carboidrati e alimenti a base di lattosio è fonte di manifestazioni dolorose molto intense, mentre la combinazione lattosio-grassi dà origine a sintomi lievi o trascurabili.

La diagnosi d’intolleranza al lattosio

L’intolleranza al lattosio viene diagnosticata con l’ausilio di diversi esami di laboratorio tra cui il breath test che, essendo ampiamente utilizzato, è stato ribattezzato ‘gold standard’. Il paziente, che accusa sintomi riconducibili a un’intolleranza al lattosio, viene dunque sottoposto a tale esame (meglio noto come test all’idrogeno o test H2) al fine di rilevare la percentuale di idrogeno nel respiro.

Il lattosio, scisso in glucoso e galattosio dall’enzima lattasi, viene rapidamente assorbito dalle pareti intestinali con scarsa produzione di idrogeno. La mancata metabolizzazione dello zucchero, dovuta all’assenza o al non corretto funzionamento dell’enzima, determina invece il suo trasferimento nel colon con conseguente rilascio di idrogeno (reazione di fermentazione con coinvolgimento dei batteri della flora intestinale) e acido lattico. Il gas liberato viene successivamente riassorbito dalla mucosa intestinale del colon e reimmesso nel circolo sanguigno; arrivato negli alveoli polmonari, viene infine parzialmente eliminato con la respirazione.

I pazienti che si sottopongono al breath test sono tenuti a seguire alla lettera il seguente vademecum.

1. Sospensione della terapia a base di fermenti lattici, lassativi e antidiarroici almeno sette giorni prima dell’esame (l’assunzione di questi farmaci può, difatti, alterare il risultato dell’esame producendo falsi negativi).

2. Sospensione della terapia a base di antibiotici ed estratti pancreatici almeno quindici giorni prima dell’esame.

3. Non assumere, il giorno prima del test, latte e latticini di origine animale. Evitare, inoltre, prodotti alimentari contenenti lattosio (prodotti da forno, budini, merendine). A cena si possono consumare riso, carne fresca non conservata, uova e pesce; le pietanze devono, inoltre, essere condite con poco olio e sale (sono assolutamente vietati burro e margarina) e accompagnate da acqua.

4. Il digiuno forzato inizia alle ore 21.00, ma il paziente può assumere liberamente acqua naturale.

5. Nelle ventiquattro ore che precedono l’esame è, inoltre, vietato in modo categorico il fumo di sigarette.

Si ricorda, infine, che il breath test per l’intolleranza al lattosio deve essere posticipato in caso di disturbi gastrointestinali acuti, salmonellosi ed esecuzione di esami quali colonscopia e clisma opaco.

L’esame dura circa tre ore e viene generalmente eseguito a partire dal mattino. Il paziente, dopo aver assunto sotto stretto controllo medico una miscela a base di acqua e lattosio, deve respirare in una sacca (ogni mezz’ora per circa tre ore) rilasciando così campioni d’aria. Questi vengono successivamente analizzati al fine di misurare la concentrazione di idrogeno al loro interno.

Il soggetto viene definito intollerante al lattosio quando si registrano picchi di idrogeno superiori ai valori basali (questi vengono misurati all’arrivo del soggetto in ambulatorio), mentre l’ampiezza del picco definisce l’intensità del disturbo (lieve, moderato e grave).

Campioni di respiro privi di idrogeno sono, invece, riconducibili a scarse probabilità di intolleranza al lattosio, ma non si può comunque scartare a priori l’ipotesi di un falso negativo (eventuali batteri intestinali possono ostacolare la formazione di gas). In questi casi, si procede alla somministrazione di lattulosio: questo zucchero sintetico non digeribile viene trasformato in idrogeno dai batteri intestinali, ma l’eventuale assenza del gas nell’aria espirata conferma un falso negativo.

La diagnosi di intolleranza al lattosio viene talvolta supportata dai risultati delle analisi del sangue. Il paziente, dopo aver assunto una dose predefinita di lattosio, viene sottoposto al prelievo di più campioni ematici al fine di monitorare l’andamento della glicemia (livello di glucosio nel sangue). La corretta digestione del lattosio determina, difatti, la liberazione di galattosio e glucosio e il mancato incremento dei livelli di quest’ultimo è sintomo di una possibile intolleranza allo zucchero del latte.
In presenza di soggetti diabetici, si consiglia di valutare attentamente la risposta al test ematico al fine di formulare la corretta diagnosi.

Breath test Helicobacter pylori

L’Helicobacter pylori provoca una delle infezioni batteriche croniche più frequenti al mondo; il germe si insinua, difatti, nello stomaco di una persona su due con conseguente possibile sviluppo di ulcere peptiche, gastriti croniche, neoplasie allo stomaco e linfomi gastrici.
Vediamo, dunque, in breve che cos’è l’Helicobacter pylori, come avviene il contagio, quali sono i sintomi più frequenti di questo tipo d’infezione, come la si diagnostica con gli esami di laboratorio (prelievo ematico e breath test) e quando è bene sottoporsi ad accertamenti.

Helicobacter pylori: generalità

L’Helicobacter pylori è un batterio spiraliforme gram-negativo in grado di colonizzare il rivestimento dello stomaco umano (mucosa gastrica) favorendo così la formazione di ulcere gastroduodenali e lo sviluppo della gastrite.

La storia di questo germe ha inizio nel lontano 1983 quando viene isolato all’interno di campioni bioptici di mucosa gastrica (Robin Warren e Barry Marshall); seguono numerosi studi volti a indagare più a fondo le capacità di sopravvivenza del batterio in un ambiente così ostile (pH fortemente acido e importanti attività enzimatiche digestive).
Alla luce dei risultati emersi, si può affermare quanto segue.

• L’Helicobacter pylori è un batterio microaerofilo che riesce a sopravvivere, in quanto tale, in atmosfere poco ossigenate.

• Il germe, che vanta una forma a spirale ed è provvisto di flagelli in corrispondenza dell’estremità polare, produce un movimento a ‘cavatappi’ che gli permette di penetrare la barriera protettiva della mucosa gastrica.

• Il batterio, provvisto di adesine e glicocalice, aderisce perfettamente all’epitelio gastrico e non risente di possibili movimenti peristaltici e ricambio della mucosa.

• Il germe, dopo essere penetrato nello stomaco, produce l’enzima ureasi in grado di neutralizzare gli acidi rilasciati dallo stomaco in virtù della sua natura basica.

• Gli enzimi catalisi e superossido dismutasi proteggono le colonie di Helicobacter pylori dall’azione battericida delle cellule immunitarie.

Helicobacter pylori: modalità di contagio e sintomi dell’infezione

L’infezione da Helicobacter pylori si trasmette generalmente per via oro-orale (contatti diretti, emissione di goccioline di saliva) e oro-fecale. Non si possono, inoltre, trascurare importanti fattori di rischio quali il fumo di sigarette, il consumo di bevande alcoliche e l’assunzione, protratta nel tempo, di antinfiammatori non steroidei come l’aspirina.

L’infezione da Helicobacter pylori è quasi del tutto asintomatica nell’85% dei casi, ma alcune forme si contraddistinguono per bruciore allo stomaco, dolori gastrici, nausea, emesi, frequente eruttazione, reflusso gastroesofageo, tracce di sangue in vomito e/o feci e perdita di peso.

Diagnosi di infezione da Helicobacter pylori

Vi sono diversi accertamenti per la diagnosi di infezione da Helicobacter pylori; il prelievo di un campione ematico e il breath test (o analisi del respiro) sono, per esempio, esami di laboratorio semplici e non invasivi.

Le analisi del sangue vengono eseguite al fine di evidenziare eventuali anticorpi anti-Helicobacter pylori. Le immunoglobuline vengono difatti prodotte a seguito del contagio per difendere l’organismo, ma non sono destinate a scomparire con l’eradicazione del batterio; l’esame del sangue non è, dunque, utile in fase di monitoraggio della terapia seguita. In questi casi, è preferibile eseguire una ricerca di materiale antigenico di Helicobacter pylori nelle feci.

Il breath test (o test del respiro) è un altro esame non invasivo nel corso del quale il paziente assume, sotto la supervisione di un medico, una soluzione a base di urea marcata con carbonio 13 (isotopo non radioattivo del carbonio) e acido citrico (sostanza volta a rallentare lo svuotamento gastrico). L’attività ureasica dei possibili batteri favorisce la scissione dell’urea in ammoniaca e anidride carbonica e il conseguente trasferimento di quest’ultima, attraverso il circolo sanguigno, nei polmoni. Si raccolgono quindi, a distanza di circa mezz’ora, campioni di aria espirata al fine di misurare la concentrazione di carbonio isotopico nella CO2 emessa.
L’Helicobacter pylori è, dunque, presente nello stomaco se e solo se il campione analizzato contiene il predetto isotopo; non vi è, invece, alcuna infezione in corso in caso di sua assenza.


I pazienti, che devono sottoporsi al breath test, sono tenuti a sospendere eventuali terapie antibiotiche almeno un mese prima della data prestabilita; non si possono, inoltre, assumere inibitori della pompa protonica nelle due settimane che precedono l’esame. Il soggetto deve, infine, presentarsi a digiuno e astenersi dal fumo di sigaretta dalla sera prima.

Quando si deve ricercare l’Helicobacter pylori?

Il breath test per la ricerca dell’Helicobacter pylori deve essere eseguito in presenza di una sintomatologia simil-ulcerosa (dolore epigastrico lontano dai pasti, malessere nelle ore notturne, bruciore, cattiva digestione, improvvisa perdita di peso, nausea con o senza emesi) non risolvibile con trattamenti farmacologici a base di anti-H2 e inibitori della pompa protonica.

Conclusioni

Tutte le persone che accusano dolore nella parte superiore dello stomaco, bruciore, difficoltà digestive, perdita di peso, nausea e vomito devono recarsi dal proprio medico curante al fine di indagare più a fondo tale sintomatologia. Queste condizioni possono, difatti, essere riconducibili alla presenza del batterio Helicobacter pylori all’interno dello stomaco.
Il paziente viene, quindi, sottoposto a tutti gli accertamenti del caso e tra questi vi è il cosiddetto breath test (o test del respiro).

L’esame semplice e non invasivo viene eseguito nei laboratori di analisi che possono dotarsi, inoltre, di un pratico vademecum in formato pdf aggiornabile online in modo del tutto gratuito (per maggiori informazioni si consiglia di visitarela nostra home page).

Questo pratico strumento consente, in modo particolare, a tutti gli operatori di aggiornare la documentazione relativa alle prestazioni erogate con un semplice click.





Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *