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Caratteristiche della sclerosi subcondrale

Le principali caratteristiche della sclerosi subcondrale si collegano ad alcuni sintomi tipici che solitamente insorgono con una certa gradualità e che consistono in:
• dolore inguinale, che insorge ad esempio salendo oppure scendendo dall’auto o anche dopo una percorrenza di poche centinaia di metri;
• difficoltà a raggiungere i piedi,
in quanto il tronco non è in grado di piegarsi adeguatamente verso le estremità inferiori;
• zoppia,
provocata dal dolore localizzato alle zone articolari che impedisce di procedere speditamente e costringe ad appoggiare più su una gamba che sull’altra;
• frequente assunzione di antinfiammatori,
che supera le 2-3volte alla settimana a causa della sintomatologia dolorosa che affligge il paziente;
• limitazioni motorie,
riguardanti tutte le consuete attività, come deambulazione, faccende domestiche, passeggiate, guida di auto e scooter oltre a qualsiasi genere di attività sportiva.

La presenza di due o più di questi segnali di solito è indicativa dalla presenza di una simile patologia osteo-articolare.

Il termine sclerosi significa indurimento, tenendo conto che qualsiasi tessuto è dotato di una sua specifica densità che, in condizioni fisiologiche, permette l’esecuzione di movimenti fluidi e soprattutto non dolorosi.

Una condizione normale dipende dalla presenza di tessuto connettivo ed elastico a livello delle articolazioni, cioè proprio dove le ossa sono collegate in maniera mobile oppure semi-mobile.

Non tutte le articolazioni infatti consentono il movimento, in quanto alcune svolgono soltanto un ruolo sostenitivo.

La differente densità dei tessuti è strettamente collegata alla loro funzione: ad esempio sotto al tallone si trova un tessuto estremamente morbido che serve per ammortizzare i colpi.

Nel ginocchio, il tessuto è molto più duro perché deve sorreggere la gamba.
La densità del tessuto meniscale inoltre deve garantire stabilità anche da fermi.

La porzione ossea a contatto con la cartilagine articolare prende il nome di subcondrale, per cui la sclerosi subcondrale si riferisce appunto a un disturbo dell’articolazione e dell’osso in essa contenuto.

L’osso subcondrale rappresenta il primo strato che trasmette il carico dell’articolazione all’intero scheletro, per distribuire le forze in maniera bilanciata e per non innescare squilibri ponderali.

Si tratta di una zona anatomica sottoposta a notevoli forze tensive che, se non assorbite in maniera adeguata, possono provocare serie conseguenze sia in movimento che in condizioni statiche.

Quando l’articolazione è sana e quindi funziona correttamente, la cartilagine ha uno spessore di alcuni millimetri che le consente di svolgere il suo ruolo in maniera funzionale.

Le cartilagini delle anche provvedono a distribuire in modo giusto il loro carico a tutta l’estensione dell’osso subcondrale, evitando che si concentri su un unico punto.

In presenza di sclerosi subcondrale tale condizione non si verifica, dato che subentrano fenomeni di coxoartrosi progressivamente degeneranti.

Un simile indurimento osseo localizzato sotto alla cartilagine è quasi sempre provocato da un sovraccarico dell’articolazione, evidenziabile con una semplice radiografia.

Con un esame radiografico infatti è possibile osservare l’addensamento dell’osso che si nota sotto forma di una linea rinforzata radiologicamente, in quanto l’indurimento (sclerosi) assume proprio questo aspetto.

In condizioni di normalità le ossa delle anche mostrano una graduale scala di grigi, se sottoposte a radiografia; l’insorgenza di coxoartrosi, invece, si evidenzia con una spessa linea bianca localizzata inferiormente allo spazio articolare.

Nella maggior parte dei casi la sclerosi subcondrale è il primo segnale della coxoartrosi (artrosi dell’anca), poiché, quando la cartilagine incomincia ad assottigliarsi, il carico ponderale si concentra soltanto in aree ristrette.

L’osso subcondrale quindi viene sottoposto a un carico molto più concentrato del solito e la reazione ossea produce una modificazione della sua densità.

Un simile addensamento, evidenziato dal referto radiologico, è spesso accompagnato dai seguenti segnali:
• sclerosi localizzata sulla zona di carico;
• sclerosi subcondrale;
• sclerosi articolare;
• sclerosi dei tetti acetabolari.

Secondo la maggior parte degli ortopedici, questa patologia è una vera e propria reazione difensiva che l’organismo mette in atto in risposta al sovraccarico osseo derivante dalla degenerazione cartilaginea.

Genesi della sclerosi subcondrale

La sclerosi subcondrale riguarda sostanzialmente l’indurimento dei tetti acetabolari, che di norma è bilaterale, causando problemi a entrambe le anche.

Un quadro morboso di coxoartrosi agli esordi si evidenzia appunto con problematiche relative ai tetti acetabolari che possono reagire in maniera leggermente diversa a destra rispetto che a sinistra.

Nonostante il disturbo sia bilaterale, bisogna tenere presente che ogni individua è dotato di una certa lateralità, cioè di un lato dominante che viene utilizzato preferenzialmente.

Sclerosi subcondrale dei tetti acetabolari

Quando su un lato si manifesta una sclerosi di I oppure di II grado (forme d’esordio della coxoartrosi), sull’altro lato insorge un problema ai tetti acetabolari.

Infatti, anche se inizialmente le due anche risultano cointeressate in maniera equanime, dopo pochi mesi è possibile osservare radiologicamente una differenza di lateralità.

Tale condizione non influenza l’evoluzione della malattia, che rimane comunque un disturbo bilaterale più o meno significativo.

Tuttavia ai fini diagnostici può essere molto utile discriminare anche piccole variazioni radiologiche, per impostare in maniera mirata le terapie necessarie e soprattutto per calibrare le tempistiche d’intervento.

Gli acetaboli, che fanno parte integrante dell’articolazione delle anche, si presentano come coppe scavate a livello del bacino, il cui ruolo è sempre quello di accogliere la testa del femore per realizzare l’articolazione completa dell’anca.

I tetti acetabolari costituiscono la parte dell’articolazione che deve sopportare la maggior parte del carico ponderale dell’intero scheletro.

Queste strutture sono chiamate tetti in quanto rappresentano la porzione apicale (superiore) dell’osso, destinato a sorreggere la maggior parte del peso.

È evidente pertanto che, sottoposti al peso del corpo, essi siano la prima parte soggetta a sclerosi in caso di perdita della cartilagine.

La genesi della sclerosi subcondrale esordisce a livello dei tetti acetabolari in maniera benigna e progressivamente invalidante, dato che nelle prime fasi è quasi completamente asintomatica e viene rilevata solo dalla radiografia.

Progressivamente l’aspetto dei tetti acetabolari incomincia a mostrare segni di calcificazione, oppure la presenza di strutture sfuggenti accompagnata da osteofiti acetabolari.

Com’é noto, le calcificazioni sono sempre un segno di sofferenza infiammatoria di un’articolazione e in particolare di quella delle anche, sottoposte (più di altre) a carichi ponderali.

Infatti la presenza di ossalati di calcio in tessuti che devono mantenersi morbidi provoca una degenerazione progressivamente invalidante, responsabile del disturbo.

È proprio tale trasformazione calcifica dei tessuti a innescare i problemi di rigidità, che a loro volta causano flogosi e dolore.

In simili condizioni, la priorità è innanzi tutto quella di attenuare il dolore, per poi procedere con trattamenti mirati al mantenimento dell’alasticità fisiologica degli acetaboli.

Il fenomeno dei tetti acetabolari sfuggenti si conferma una tipica caratteristica della displasia dell’anca.

Gli acetaboli, che accolgono in maniera fisiologica e fluida le articolazioni delle anche, devono garantire un’adeguata protezione della testa del femore, per impedire che esso tenda a uscire dalla porzione superiore del suo alloggiamento.

In condizione di normalità, le strutture legamentose e capsulari sono talmente salde da impedire la lussazione delle anche, mentre non sono in grado di evitare l’insorgenza di fenomeni di sub-lussazione a carico eccentrico.

Sono proprio simili condizioni a innescare i problemi di usura.

La sfuggenza del tetto acetabolare esordisce come primo sintomo della sclerosi subcondrale e pertanto, una volta diagnosticata, deve essere monitorata con attenzione.

Nei casi in cui tale problematica si manifesta in età giovanile di solito mostra una progressiva tendenza ad aggravarsi, arrivando (in situazioni particolarmente serie) alla necessità di interventi di osteotomia del bacino.

In età adulta generalmente diventa inevitabile procedere con l’impianto di una protesi dell’anca, prima che la degenerazione arrivi al punto da rendere impraticabile qualsiasi altra soluzione.

Nella genesi della sclerosi ossea subcondrale può essere molto utile ricercare la presenza di osteofiti, che sono cellule indicative di un quadro piuttosto avanzato della malattia.

Simili osteofiti si manifestano come protuberanze ossee create dal corpo come meccanismo difensivo, per supportare l’assenza di cartilagine e per distribuire le tensioni ponderali in maniera equilibrata.

Questo tentativo, che da un lato serve per migliorare lo stato di salute del paziente, d’altro lato può generare una situazione controproducente per l’attività motoria, che risulta parzialmente limitato da tali formazioni ossee.

Ecco perché gli osteofiti rappresentano il principale fattore eziologico della rigidità alle anche e di grave limitazione dei movimenti di rotazione, rendendo praticamente impossibile i piegamenti sulle gambe.

L’insorgenza di una simile patologia si evidenzia soprattutto con l’esecuzione di una radiografia sotto carico, con il paziente in posizione ortostatica.

In questo modo la valutazione della cartilagine residua viene evidenziata in maniera chiara, anche se con modalità indiretta, dato che, essendo radio-trasparente, essa deve essere trattata con un’adeguata metodologia.

Se effettuata in assenza di carico, la radiografia mostra uno spazio tra un osso e l’altro che potrebbe essere provocato da un’articolazione rilassata (tipica della posizione clinostatica, dove l’organismo è a riposo).

Quando invece l’ndagine diagnostica tramite RX è effettuata col paziente in piedi, lo spazio che si interpone tra femore e bacino a livello dell’articolazione coxofemorale è dovuto a cartilagine.

Si tratta quindi di un’indagine discriminante molto efficace, che consente di evidenziate, fin dalle fasi d’esordio, la presenza della sclerosi subcondrale dei tetti acetabolari.

Tutte le volte in cui c’é una forma di sofferenza delle cartilagini dell’anca, di solito non si tratta di una degenerazione completa, ma dell’esordio della patologia, che richiede pertanto un attento e costante monitoraggio.

In questi casi si impone una tempestiva valutazione ortopedica.

I referti radiologici, che sono supporti indispensabili in qualsiasi malattia relativa all’apparato osteo-articolare, prevedono una dettagliata descrizione delle immagini ottenute.

Per avere la certezza di poter contare su una diagnosi attendibile è necessario non soltanto utilizzare l’analisi radiografica, ma anche usufruire dell’interpretazione di uno specialista in ortopedia.

La valutazione di qualsiasi disturbo ortopedico, e soprattutto della sclerosi subcondrale che si riferisce alle anche (le ossa forse più importanti per sostenere l’intero scheletro), non può dunque prescindere da due fattori, che sono:
• indagini radiologiche;
• visita ortopedica.

Come affrontare la sclerosi subcondrale: cura

Una volta ottenuta una diagnosi certa di sclerosi subcondrale è opportuno impostare un programma terapeutico finalizzato da un lato a eliminare la sintomatologia dolorosa e d’altro lato a rallentare la progressione della malattia.

Dapprima l’apptoccio più mirato si può ottenere dalla combinazione tra rinforzo muscolare, terapie infiltrative e farmaci condro-protettori: si tratta di metodologie conservative che, se impiegate correttamente, sono in grado di garantire ottimi risultati.,

Prima di affrontare qualsiasi iter curativo è indispensabile valutare il grado di interessamento delle fosse acetabolari, l’incavo in cui si inserisce la testa del femore.

La loro forma, associata alle funzioni delle labbra acetabolari, permette di mantenere i femori fermi nelle loro sedi anatomiche, a patto che lo strato di cartilagine sia adeguato.

I naturali processi d’invecchiamento corporeo, peggiorati dal sovrappeso, sono fattori predisponenti a questa patologia, prodotta da un progressivo indurimento delle articolazioni che si deteriorano per l’aumentata percentuale di tessuto cicatriziale.

Nel caso degli acetaboli, la mancanza di cartilagine non è omogenea, ma si concentra in determinate zone, che si frappongono ad altre normali, creando un evidente addensamento osseo.

La sclerosi che ne deriva, oltre a mostrarsi come un ispessimento del tessuto, comporta anche una diminuzione di cartilagine articolare.

Gli addensamenti ossei (aree sclerotiche) si formano sempre sotto alla cartilagine, con un netto peggioramento in presenza di eccessivi carichi ponderali (tendenza all’obesità), ginocchio valgo e predisposizione alle forme infiammatorie.

Se l’usura cartilaginea non ha raggiunto un grado significativo si possono applicare terapie conservative per allungare i tempi prima dell’impianto della protesi all’anca.

Il criterio discriminante è dato dal tipo di addensamento osseo che riduce lo spazio articolare e aumenta i fenomeni di attrito che la testa del femore sviluppa all’interno dell’acetabolo.

Quando l’articolazione non è più in grado di svolgere il suo compito a dovere, di solito insorgono anche stimoli dolorosi che inizialmente possono essere attutiti dall’impiego di antinfiammatori mentre nel lungo tempo non reagiscono più positivamente ai medicinali.

Un corretto approccio terapeutico alla sclerosi subcondrale può essere stabilito soltanto dall’ortopedico, che analizzando le radiografie e il quadro clinico completo, può mettere in relazione tutte le variabili comprendenti non soltanto i sintomi ma anche l’età, al costituzione corporea, lo stile di vita e lo stato di salute.

In base allo stadio della malattia, è consigliabile dapprima utilizzare trattamenti conservativi associati a medicina rigenerativa, che da un lato rallentano la progressione del disturbo e d’altro lato eliminano il dolore; soltanto nei casi più avanzati, la soluzione definitiva è l’impianto della protesi.

Tra le più efficaci terapie conservative c’è la fisioterapia, che può essere svolta anche in acqua (idroterapia): queste metodiche stimolano la rigenerazione della cartilagine poiché l’opposizione di forze tensive controllate crescenti contribuisce a rigenerare il tessuto leso.

Queste terapie idriche inoltre rinforzano la muscolatura senza gravare sullo scheletro, in quanto come è noto l’acqua consente il galleggiamento.

Nelle fasi precoci e intermedie della sclerosi subcondrale, si può ricorrere a terapie di medicina rigenerativa, che prevedono l’impiego di acido ialuronico e di cellule staminali; in particolare l’acido ialuronico è direttamente coinvolto nella produzione di liquido sinoviale, necessario per lubrificare le articolazioni evitando le forze di attrito inter-ossee.

Trattandosi di una sostanza prodotta normalmente dall’organismo, è sufficiente iniettare quantitativi limitati di composto per ottenere ottimi risultati; bisogna ricordare che l’acido ialuronico svolge anche una notevole funzione antinfiammatoria agendo selettivamente sui recettori del dolore.

Una terapia alternativa è quella con PRP, un preparato ottenuto tramite un prelievo del sangue del paziente che viene sottoposto a centrifugazione per isolare la frazione piastrinica.

Si tratta di un composto autologo contenente moltissimi fattori di crescita, il cui compito è duplice poiché agisce come potente antinfiammatorio e stimola la rigenerazione cellulare.

Le cellule staminali che si ottengono con una metodica analoga a quella del PRP vengono estratte dal tessuto adiposo e non dal sangue e quindi svolgono compiti differenti.

Dotate di un elevato potenziale rigenerativo, queste cellule vengono estratte mediante liposuzione dall’addome per poi essere sottoposte a un processo di micro-frammentazione e micro-filtraggio.

In questo modo si eliminano tutte le impurità ematiche e lipidiche che potrebbero risultare dannose; sia il PRP che le cellule staminali devono essere iniettate direttamente sull’articolazione dell’anca, per ottenere prestazioni di alto livello.

Nei casi più gravi di sclerosi subcondrale e se i trattamenti conservativi non hanno avuto effetto, è possibile che il disturbo evolva il coxoartrosi, che richiede quasi sempre un intervento chirurgico.

Una simile operazione consiste nell’impiantare una protesi di materiale biocompatibile che assicuri la ripresa delle attività motorie e la scomparsa del dolore.

È risaputo che questo disturbo si ripercuote sostanzialmente sulle ossa di pazienti già affetti da artrosi, provocando dolori localizzati accompagnati da intorpidimento e parestesie a causa dell’incremento della massa e della densità ossea a scapito della diminuzione dello spessore cartilagineo.

Questa patologia cronica è molto dolorosa e richiede trattamenti tempestivi e mirati, per cercare di rallentare la sua evoluzione.

Le principali cure di tipo conservativo sono le seguenti:
• agopuntura;
• elettrostimolazione;
• fisioterapia;
• massoterapia;
• terapie termali;
• ozonoterapia;
• terapia motoria;
• esercizi fisici come nuoto e cyclette;
• esercizi di rafforzamento della muscolatura dorsale;
• riduzione del peso corporeo;
• integrazione alimentare con glucosammina, metilsulfonilmetano e condroitina.

Quando la cartilagine cotiloidea diminuisce di spessore, la testa del femore, muovendosi, può provocare sintomi derivanti da usura e attrito, che sono tipici della sclerosi subcondrale.

A partire dai 55 anni di età, di solito incomincia a diminuire lo spessore cartilagineo, soprattutto a livello dell’articolazione coxo-femorale.

Di conseguenza, l’erosione che ne deriva lascia la testa del femore sena adeguata copertura cartilaginea e quindi lo sottopone al rischio di sviluppare fenomeni di erosione.

La diminuzione dello spessore cartilagineo deriva da motivi degenerativi responsabili anche della riduzione di capacità articolare, evidenziabile radiologicamente da zone ipodense chiamate geoidi che si trovano sia nella testa del femore che nell’acetabolo.

Il metodo più indicato per arrivare a una diagnosi certa è l’indagine radiologica, che viene considerata la scelta d’elezione per le indagini ossee.

Mentre l’artrosi è una patologia degenerativa che colpisce prevalentemente le articolazioni mobili, la sclerosi subcondrale è tipica invece di quelle fisse, come ad esempio le articolazioni dell’anca.

Molto spesso questo disturbo, che colpisce pazienti già affetti da osteoartrosi, provoca dolori acuti sia in movimento che a riposo.

Infatti la sclerosi subcondrale contribuisce non soltanto a deteriorare le cartilagini delle articolazioni ma anche il tessuto osseo posto sotto alla cartilagine.

Mentre il corpo cerca di ricostituire il tessuto cartilagineo per ripristinare un corretto funzionamento delle articolazioni, il tessuto osseo può reagire con la produzione di osteofiti, speroni ossei che si sviluppano per cause difensive.

Esiste una stretta correlazione tra artrosi e sclerosi subcondrale poiché l’una peggiora l’altra, almeno secondo quanto evidenziato dalla risonanza magnetica.

Proprio come per l’artrosi, anche in caso di sclerosi subcondrale non esiste un trattamento specifico, ma piuttosto terapie antidolorifiche basate sull’assunzione dei FANS: anche se si tratta di medicinali sintomatici, simili antinfiammatori agiscono non soltanto sul dolore ma anche sulla causa che l’ha prodotto.

Può essere utile associare esercizio fisico a basso impatto come nuoto, yoga o cyclette, che consentono di mantenere attive le articolazioni anche se colpite da sclerosi subcondrale.

Caratteristiche della sclerosi subcondrale: sintomi

La sclerosi subcondrale è un processo patologico che provoca un ispessimento irreversibile dell’osso: queste tipiche manifestazioni si riscontrano nella maggior parte delle forme infiammatorie del tessuto osseo, come osteite, artrosi, osteoporosi e disturbi articolari.

Tra le principali caratteristiche di questa patologia vi sono:
• processi flogistici localizzati prevalentemente nell’articolazione coxo-femorale;
• origine batterica, a carico soprattutto dello Staphylococcus aureus, che può diffondere in tutto l’organismo partendo da lesioni cutanee profonde oppure da fratture esposte;
• aspetti dismetabolici, che provocano modificazioni quantitative e qualitative di alcuni minerali come il calcio e di vitamina D, che sono i principali responsabili del corretto funzionamento di tutto il corpo.

Uno degli aspetti più tipici della sclerosi subcondrale è la maggiore densità e compattezza del tessuto osseo colpito, fattori provocati dalla formazione di nuovo tessuto osteoide.

È proprio tale tessuto osteoide che, arricchendosi di sali di calcio, va a riempire gli spazi midollari formando nuove lamelle ossee; in questo senso, un simile disturbo è in grado di creare un quadro morboso opposto a quello dell’osteoporosi.

L’osso colpito da sclerosi subcondrale appare molto simile all’avorio per compattezza, durezza e consistenza e tale trasformazione prende il nome di processo di eburneizzazione.

Nella stragrande maggioranza dei casi questa malattia viene innescata da stimoli infiammatori cronici collegati alla riduzione dell’effetto protettivo del tessuto cartilagineo.

In seguito a queste forze tensive estremamente potenti, può insorgere anche una congestione vasale che provoca la distribuzione dei fattori infettanti in tutto il corpo.

Tuttavia però questo fenomeno, che tende ad aumentare con l’avanzare dell’età, può causare un incremento della produzione reattiva di tessuto osseo e quindi un aumento della sua densità.

Radiologicamente un simile segnale appare come area di addensamento osseo sotto a una zona cartilaginea consumata.

Una delle principali concause della sclerosi subcondrale è collegata a disturbi vascolari, che limitando l’ossigenazione dei tessuti, impediscono anche il corretto metabolismo del tessuto articolare.

Tra le caratteristiche della sclerosi subcondrale, un ruolo importantissimo è quello svolto dai geoidi subcondrali, denominati anche pseudocisti subarticolari; la loro presenza conferma l’ipotesi di artrosi, osteoartrite, artrite reumatoide e artrite gottosa.

I geoidi non sono altro che spazi cistici disposti inferiormente alla cartilagine articolare, ed evidenziabili soltanto con una radiografia specifica.

Esistono alcuni fattori predisponenti a manifestazioni cliniche di questo genere, che sono:
• fattori genetici;
• tendenza all’obesità;
• traumi;
• anomalie articolari;
• processi infiammatori in atto;
• sovraccarico funzionale e posturale delle articolazioni.

A seconda del coinvolgimento del tessuto osseo e articolare, la classificazione di sclerosi subcondrale presenta vari gradi, la cui entità aumenta in rapporto alla gravità dei sintomi.

Uno dei segni più caratteristici di un simile disturbo è il dolore, sia di tipo meccanico che di tipo statico, che si acutizza durante il movimento attenuandosi con il riposo assoluto.

Ovviamente un paziente che soffre di sclerosi subcondrale non può rimanere immobilizzato in un letto per molte settimane, ma deve trovare il modo di attenuare i sintomi per essere in grado di svolgere un’esistenza il più possibile normale.

È molto vantaggioso tenere a riposo le gambe e quindi non forzare le articolazioni, tuttavia i diversi stili di vita implicano una differente usura dell’articolazione coxo-femorale, sulla cui gestione intervengono anche meccanismi neuro-umorali.

Il dolore percepito in caso di questo disturbo viene definito sordo, costante e privo di picchi algici, ma piuttosto continuativo e prolungato nel tempo.

Generalmente viene raggiunta la fase acuta solo quando il paziente compie attività sportiva pur avendo le articolazioni infiammate: in simili condizioni l’organismo mette in atto una serie di risposte protettive sotto forma di reazioni fisiche, chimiche e biologiche, che hanno lo scopo di attenuare il dolore.

Le manifestazioni dolorose di questa malattia sono piuttosto tipiche e comprendono:
• rigidità articolare al risveglio, che viene peggiorata dalla posizione ortostatica;
• dolore alle articolazioni, soprattutto se sovraccaricate;
• dolore articolare più intenso all’inizio del movimento, che si attenua progressivamente;
• deformità articolari;
• crepitio articolare.

Gli esami di laboratorio non sono discriminanti poiché non esistono test specifici per questa malattia, è molto utile invece effettuare l’esame del liquido sinoviale, che costituisce una prima indagine estremamente significativa.

È sempre necessario ricorrere alla diagnostica per immagini e soprattutto alle radiografie, che servono non soltanto per evidenziare la presenza dei fenomeni degenerativi, ma anche per monitorare il progredire della patologia.

L’artrosi dell’anca a volte si manifesta con un dolore a livello inguinale, che si diffonde nei distretti delle anche propagandosi verso le cosce fino al ginocchio.

Il dolore si acutizza effettuando determinate azioni, come scendere le scale, accavallare le gambe oppure camminare semplicemente.

Questa sintomatologia dolorosa è provocata dalla mancanza di mobilità della testa del femore all’interno dell’acetabolo, che limita quasi tutti i movimenti.

Il primo obiettivo da raggiungere è quello di ridurre la sintomatologia dolorosa, mediante l’assunzione di FANS oppure tramite l’impiego di apparecchiature specializzate, come il laser ad alta potenza, i campi magnetici ad elevata intensità e la tecarterapia.

Qualora la riduzione contrattile dei muscoli accompagnasse la stenosi subcondrale, è necessario intervenire anche sui muscoli, per rinforzarli e potenziare la loro resistenza in caso di necessità.

Sono sempre utili anche infiltrazioni di acido ialuronico eco-guidate, il cui ruolo è quello di lubrificare le articolazioni consentendo un movimento fluido delle superfici articolari.

La presenza di dolore all’inguine, che si intensifica praticando attività sportiva, di solito orienta il medico verso la diagnosi di pubalgia, che è il disturbo più comune associato a questi sintomi.

In realtà una condizione dolorosa inguinale è indicativa della presenza di un conflitto femoro-acetabolare, che se non viene curato tempestivamente può evolvere nell’artrosi completa dell’anca.

Il conflitto femoro-acetabolare consiste quindi in un anomalo contatto tra il femore e la cartilagine; un simile problema spesso deriva da patologie acquisite, provocate dalla formazione di un contatto anomalo tra i due capi articolari.

In condizioni fisiologiche le estremità del femore hanno una forma rotondeggiante e sono alloggiate all’interno delle cavità acetabolari (due coppe piuttosto ampie).

In presenza di sclerosi subcondrale può succedere frequentemente che i due capi articolari non combacino alla perfezione; qualsiasi fenomeno sclerotico prevede un indurimento dei tessuti e un progressivo aumento delle zone articolari a scapito del tessuto osseo.

Per curare adeguatamente questo disturbo, è indispensabile riconoscerlo nelle fasi degenerative iniziali, poiché se la diagnosi viene confermata precocemente, le possibilità terapeutiche sono molto maggiori e variegate.

Cause della sclerosi subcondrale

I meccanismi più comuni che possono portare all’insorgenza di sclerosi subcondrale sono i seguenti:
• deformazione anatomica della parete antero-superiore dell’acetabolo, che rende difficoltoso l’alloggiamento della testa del femore;
• perdita della sfericità della testa ossea del femore;
• sporgenza della testa del femore all’interno della cavità acetabolare, che ha come conseguenza la mancata adesione delle due superfici;
• retroversione del collo femorale rispetto alla diafisi, che si manifesta soprattutto in seguito a traumi o incidenti;
• alterazione funzionale del pavimento pelvico, con conseguente modificazione della testa del femore;
• alterazione della funzionalità del pavimento pelvico;
• estrema lassità articolare che non riesce a mantenere l’acetabolo aderente alla testa del femore.

Esistono alcuni fattori predisponenti per questa malattia, che devono essere identificati precocemente poiché sono comuni ad altre manifestazioni:
• modificazioni a livello dell’acetabolo, che riguardano il tipo di conformazione della struttura anatomica delle varie parti;
• modificazioni a livello del femore, che dipendono dalla presenza di una testa femorale non perfettamente sferica, tale da creare forze d’attrito quando la sua parte eccentrica entra in conflitto con il bordo acetabolare. Una simile deformità prende il nome di camma (CAM), e nella maggior parte dei casi è idiopatica;
• conflitto di tipo misto, in cui coesistono alterazioni scheletriche e funzionali.

Disturbi del genere provocano dapprima soltanto piccole lesioni a livello del labbro acetabolare, che è una vera e propria guarnizione che riveste il bordo dell’acetabolo.

In questi casi il cercine può scollarsi, usurarsi, calcificarsi o rompersi, provocando nel tempo un’artrosi sempre più grave.

La sclerosi subcondrale nasce per il 75% dei casi proprio da un conflitto femoro-acetabolare, che di solito interessa entrambe le anche.

Se inizialmente le lesioni sono localizzate e poco estese e non provocano conseguenze dolorose, nel giro di qualche anno si propagano a tutta l’articolazione, impedendo quasi completamente i movimenti.

Diagnosi della sclerosi subcondrale

Per effettuare una diagnosi certa è fondamentale la raccolta dei dati anamnestici, orientati sulla ricerca di eventuali traumi, di patologie ossee o articolari, di interventi all’anca oppure di malformazioni congenite.

La presenza di dolore inguinale viene considerata il sintomo più discriminante, soprattutto se riferito anche alla posizione latero-posteriore.

La valutazione clinica prevede alcune prove specifiche come il movimento rotatorio dei femori che evidenzia una riduzione della motilità, associata alla positività di specifici test effettuati da ortopedici.

Durante queste prove, la presenza della patologia comporta rumori di scroscio, derivanti dalla calcificazione articolare; la diagnosi viene poi confermata con radiografie che si avvalgono di proiezioni assiali specifiche oltre a quelle classiche.

È sempre consigliabile completare la valutazione con una risonanza magnetica, che serve per escludere patologie associate di tipo necrotico.

Incidenza ed epidemiologia della sclerosi subcondrale

La sclerosi subcondrale, che consiste in un ispessimento delle ossa femorali a livello degli acetaboli, può colpire persone di entrambi i sessi, preferibilmente over 55.

In questi soggetti, spesso colpiti da osteoartrosi, si nota l’insorgenza di fitte dolorose nell’esecuzione di alcuni particolari movimenti.

L’incidenza del disturbo è strettamente collegata alla percentuale di patologie artrosiche del tessuto osseo, poiché è proprio da queste che deriva la degenerazione cartilaginea.

Infatti l’osteoartrosi non degrada soltanto la cartilagine di un’articolazione, ma contribuisce a logorare anche il tessuto osseo subcondrale ad essa collegato.

Mentre l’organismo cerca di rimodellare l’osso, l’articolazione non si ricostituisce con uguale rapidità ma impiega molto più tempo per cui viene a crearsi uno squilibrio funzionale.

La sclerosi subcondrale può provocare anche spostamenti ossei in grado di limitare il movimento delle articolazioni o anche di arrivare al blocco totale come nel caso di quella coxo-femorale.

I fattori di rischio di questa malattia comprendono innanzitutto una predisposizione genetica seguita dalla prevalenza del sesso femminile, età avanzata, tendenza al sovrappeso, infortuni articolari pregressi e disallineamento delle articolazioni.

Anche se non è stata chiarita definitivamente la causa, la sclerosi subcondrale è più frequente nel sesso femminile a partire dai 60 anni di età, mentre nell’uomo il disturbo si sviluppa prevalentemente in soggetti di età inferiore ai 60 anni.

Tutte le volte in cui una radiografia evidenzia una sclerosi subcondrale, significa che il processo patologico è iniziato da molto tempo, poiché la degenerazione funzionale è progressiva e costante.

Anche se non esiste una cura risolutiva per questo disturbo, ci sono comunque molti trattamenti sintomatici che diminuiscono il dolore e rallentano la sua evoluzione.

L’esercizio fisico a basso impatto è senza dubbio uno dei metodi più utili per mantenere attiva la funzionalità articolare, la perdita di peso è indispensabile per le persone obese allo scopo di ridurre lo stress sulle articolazioni.