Obesità

Sovrappeso e obesità

Considerata una vera e propria patologia endemica diffusa quasi esclusivamente nei paesi occidentali, l’obesità colpisce circa il 10% della popolazione di tali zone, con il 35% di individui in sovrappeso.

Si tratta di un problema particolarmente grave soprattutto per quanto riguarda i bambini che, nella fascia compresa tra 6 e 9 anni, risultano coinvolti dal problema.

L’aumento del peso corporeo non è mai un segno positivo per l’organismo in quanto ogni persona è “tarata” per un determinato valore ponderale (peso forma) che gli consente di stare in benessere.

Infatti il funzionamento di tutti gli organi e gli apparati viene notevolmente peggiorato tutte le volte che il peso aumenta oltre 5 chili, considerato il valore soglia per una variazione ponderale.

L’obesità viene definita come uno stato morboso che si caratterizza per un eccesso di massa adiposa rispetto alla massa magra in rapporto ai parametri fisiologici di sesso, età e statura.

In questa condizione si calcola che il peso reale superi il peso forma di un valore che parte dal 20% in poi; quanto maggiore è questo aumento tanto più gravi risultano le conseguenze.

Nelle persone obese anche un altro parametro risulta alterato: si tratta dell’indice di massa corporea (IMC) che diventa superiore a 30.

– La massa magra (LBM dall’inglese Lean Body Mass) comprende tutta quella parte costitutiva del corpo da cui è stata sottratto il tessuto adiposo; pertanto sarebbe più corretto riferirsi alla massa magra a-lipidica.

Tale indice si riferisce all’insieme di organi interni, muscoli, ossa, senti e tessuto connettivo, con esclusione anche del grasso essenziale (primario) localizzato a protezione degli organi interni.

Il grasso primario, a differenza di quello secondario, è indispensabile per l’organismo e non deve essere intoccato dal dimagramento in quanto potrebbe provocare danni piuttosto notevoli e costituisce circa il 3% della massa corporea nell’uomo e il 12% in quella della donna.

La sua determinazione viene eseguita secondo differenti metodologie (plicometria, bioimpedenziometria, calcolo della circonferenza corporea), oppure con la semplice formula di James che mette in rapporto statura e peso.

Il suo valore è notevolmente condizionato da quello della massa muscolare (50%) e da quella ossea (20%), motivo per cui gli sportivi hanno una massa magra molto maggiore delle persone sedentarie.

La massa magra fornisce dati estremamente attendibili anche riguardo al metabolismo basale, un altro dato di estrema rilevanza per valutare lo stato di salute del soggetto.

– La massa grassa invece comprende la quantità totale di lipidi che possono essere estratti dal corpo ed è formato da grasso primario (essenziale) e secondario (di deposito).

Il grasso essenziale, che svolge un’importante funzione protettiva, si trova nel sistema nervoso, nelle ghiandole mammarie, nel midollo osseo, nella milza e nei reni, oltre che in altri distretti corporei soltanto in tracce.

Il grasso di deposito, che viene accumulato nel tessuto adiposo, costituisce la principale riserva energetica dell’organismo ed è localizzato principalmente a livello sottocutaneo, ma anche viscerale.

Il suo valore corrisponde al 15% nella popolazione maschile e al 24% in quella femminile rispetto alla massa corporea totale; questi dati confermano ancora una volta l’estrema rilevanza che il sesso svolge nella gestione delle variazioni ponderali.

Quando questa componente corporea supera i valori-soglia fisiologici, questa variazione non è compatibile con uno stato di buona salute e, in alcuni casi, neppure con la sopravvivenza.

Tali evidenze confermano come l’obesità non possa essere considerata unicamente un problema estetico, ma soprattutto di salute.

La massa grassa comprende la totalità dei lipidi presenti nell’organismo e viene espressa in percentuale rispetto alla massa corporea totale.

Che cosa si intende per peso forma

Calcolato mediante complesse formule matematiche, il peso forma corrisponde al valore ponderale in grado di assicurare il benessere fisico alla persona in quanto le consente di svolgere le sue funzioni vitali in condizioni ottimali.

Un soggetto in forma fisica corre bassi rischi di morbilità e di mortalità riguardo a tutte le patologie peso-correlate, come ipertensione, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, diabete mellito e aterosclerosi, responsabili non soltanto di conseguenze immediate, ma anche sul lungo periodo.

Bisogna tenere conto anche del coinvolgimento osseo e articolare che, nei soggetti in sovrappeso, può causare gravi problematiche degenerative responsabili di disturbi per il mantenimento della stazione eretta e di deambulazione.

Con l’avanzare degli anni, il peso forma diventa un fattore di primaria importanza per la buona salute in quanto il sovrappeso potrebbe sommarsi a patologie tipiche della terza età.

Il rischio di sviluppare patologie dismetaboliche è direttamente proporzionale alla differenza esistente tra il peso reale e quello forma.

Anche a livello della sfera psico-emotiva le problematiche collegate all’aumento di peso sono responsabili di numerosi problemi psicologici, come episodi depressivi, attacchi d’ansia e perdita dell’autostima che contribuiscono all’isolamento sociale del soggetto che mostra evidenti disturbi relazionali e tendenza all’isolamento.

Per raggiungere e per mantenere il peso forma è necessario monitorare attentamente l’assunzione calorica, basandosi sul fabbisogno giornaliero in rapporto alle attività svolte (sia lavorative che sportive).

Il ruolo del peso forma è probabilmente l’aspetto più incisivo che deve venire considerato per una corretta gestione della salute dell’organismo, tenendo conto che la maggior parte delle patologie croniche hanno una base metabolica.

Anche se nell’immediato un aumento ponderale può essere sottovalutato perché viene considerato temporaneo e reversibile, qualsiasi modificazione del peso forma dovrebbe invece rappresentare un campanello d’allarme per il benessere dell’organismo.

E’ chiaro che oscillazioni di peso contenute entro il valore soglia di 5 chili sono considerata accettabili, sia in relazione all’età che alla stagionalità o anche a particolari contingenze logistiche.

Una gestante è fisiologicamente predisposta ad ingrassare, così’ come durante una lunga convalescenza è frequente dimagrire, ma, secondo la maggior parte dei nutrizionisti, è fondamentale non superare il valore di 5 chili (in più oppure in meno) per garantire un efficace recupero.

Secondo le più recenti linee guida l’obesità viene definita come un eccessivo aumento di peso provocato dall’abnorme accumulo di tessuto adiposo.

Per definire un soggetto obeso non è quindi sufficiente prendere in considerazione il suo sovrappeso (fattore quantitativo), ma anche la percentuale di massa grassa, di massa magre, di massa muscolare e i loro reciproci rapporti (fattore qualitativo).

Ruolo degli adipociti nell’obesità

Quando si parla di obesità è inevitabile prendere in esame la composizione della massa grassa responsabile dell’aumento ponderale del soggetto e che è formata da particolari cellule contenenti gocce di lipidi, chiamate adipociti.

Infatti il grasso corporeo viene accumulato sotto forma di pannicoli adiposi costituiti da numerose cellule adipose, il cui numero e dimensione variano da individuo a individuo.

Si possono verificare due condizioni di base:
– ipertrofia degli adipociti
consistente nell’aumento delle loro dimensioni;
– iperplasia degli adipociti
relativa a un aumento del loro numero.

Il fatto che gli adipociti possano aumentare sia di numero che di volume spiega perché sia così facile incrementare il peso corporeo, che aumenta quindi per due serie di fattori.

Quando un obeso dimagrisce, si verifica una certa diminuzione di volume degli adipociti, ma non della loro quantità, pertanto nel momento stesso in cui il soggetto sospende la cura dimagrante, fin da subito riacquista peso.

Sembra inoltre che esiste una correlazione tra la sensazione di fame (controllata dal centro encefalico dell’appetito) e numero di adipociti, secondo cui un elevato numero di cellule svuotate dal grasso è responsabile di un maggiore bisogno di introdurre alimenti.

L’iperplasia degli adipociti non è sempre costantemente presente, ma si verifica soltanto in tre periodi dell’esistenza, e precisamente:
– primo anno di vita;
– secondo e terzo trimestre di gestazione;
– prima fase del periodo adolescenziale.

A parte questi tre momenti si può quindi affermare che la tendenza al sovrappeso è correlata unicamente a fenomeni di ipertrofia degli adipociti, un fattore più facilmente controllabile rispetto all’iperplasia.

Secondo numerose evidenze scientifiche il destino degli adipociti in caso di aumenti ponderali di una certa entità può seguire due strade:
– sdoppiamento cellulare
correlato all’iperplasia;
– morte
causata da uno sbilanciamento metabolico a cui fa seguito un attacco da parte dei macrofagi.

In base a questi risultati, la maggior parte dei dietologi ritengono che sia preferibile avere molti adipociti di piccole dimensioni piuttosto che poche cellule adipose ma voluminose.

Tipi di obesità

L’obesità può essere di due tipi:
– genetica;
– acquisita.

Obesità genetica


L’obesità mostra una forte componente genetica, il cui ruolo incide per il 25% del totale dei fattori predisponenti alla sua insorgenza.

Il gene responsabile di questo disturbo è stato identificato come “gene OB”, coinvolto nella sintesi di leptina, un ormone proteico che agisce sull’ipotalamo producendo l’insorgenza del senso di sazietà.

Questo ormone è quindi capace di regolare indirettamente l’introduzione delle calorie, allo scopo di mantenere i depositi adiposi in condizioni fisiologiche.

Soggetti magri sono caratterizzati dalla produzione di elevate quantità di leptina, mentre il contrario avviene per quelli in sovrappeso.

L’influenza della componente genetica si è confermata decisamente forte, dato che un difetto nella produzione di leptina oppure una carenza di recettori cerebrali è responsabile del comportamento delle persone obese che sono alla continua ricerca di cibo, senza freni di nessun genere.

Fermo restando che la leptina è un fattore di notevole rilevanza nei casi di obesità genetica, le cause maggiormente incisive per l’obesità sono da ricercarsi nelle abitudini alimentari.

Obesità acquisita

L’obesità acquisita dipende principalmente dallo stile di vita del soggetto, a sua volta influenzate da fattori culturali e ambientali.

I fattori culturali, che incidono notevolmente sulla tendenza a nutrirsi in modo compulsivo, si riferiscono al fatto che individui che vivono in condizioni socio-economiche svantaggiate oppure con bassi livelli d’istruzione, sono maggiormente soggetti a questo problema.

Spesso il nutrimento viene considerato uno status symbol, secondo cui una persona si sente migliore di un’altra in quanto può disporre di molti cibi, che di conseguenza è spinto a consumare.

Avere la dispensa piena è un aspetto di grande importanza per le classi disagiate che considerano il nutrimento come un segnale di benessere economico e sociale.

Persone istruite sono anche più informate sui rischi collegati all’eccessiva introduzione di alimenti e inoltre non considerano il cibo come mezzo per affermare la propria personalità.

Sono quindi le fasce di questo tipo a essere maggiormente consapevoli del ruolo del mangiare nella società e dunque pongono maggiore attenzione al regime calorico.

Anche i fattori ambientali sono decisamente coinvolti nella genesi dell’obesità; basti pensare al clima, responsabile di fluttuazioni periodiche del senso dell’appetito e alla latitudine.

Tra i fattori di questo tipo sono comprese ovviamente le abitudini alimentari, fortemente condizionate dalle tradizioni locali e il genere di attività motoria svolto dall’individuo.

Uno stile di vita sbagliato costituisce quindi la principale causa di obesità nei paesi industrializzati che, sfruttando un elevato tenore di vita, condizionano più o meno profondamente il benessere delle persone.

Iperfagia e obesità

Per iperfagia si intende un eccessivo aumento dell’appetito, responsabile dell’ingestione di quantità di cibo nettamente superiori al fabbisogno personale.

Questa tendenza può avere carattere transitorio oppure persistente, manifestandosi spesso in maniera irrefrenabile e compulsiva, e provocando così un progressivo aumento di peso.

Il bisogno incontrollabile di mangiare, che può riferirsi all’assunzione di alimenti durante o fuori pasto, può dipendere da problemi psicologici come la bulimia nervosa (binge-eating).

In questo caso il soggetto, oltre ad avvertire la necessità assoluta di ingerire grandi quantità di cibi, è spinto a farlo entro breve tempo, senza mai percepire la sensazione di pienezza (nonostante il suo apparato gastro-intestinale gli mandi segnali opposti).

La situazione non dipende quindi dal digerente, ma dal centro encefalico della fame, costituito da neuroni sensitivi localizzati nel cervello e che subiscono sollecitazioni ingestibili.

Questo nucleo viene dunque attivato in maniera non fisiologica ovvero quando non sussistono le condizioni predisponenti alla nutrizione, ma al contrario risulta completamente fuori controllo.

Il bulimico avverte la fame come uno stimolo ossessivo e incontrollato, che molte volte lo costringe a mettere in atto pratiche liberatorie come il vomito auto-indotto, l’abuso di prodotti lassativi oppure diuretici.ò

Esiste anche una variante notturna del disturbo, chiamata night eating syndrome, consistente in attacchi di iperfagia che insorgono al momento di coricarsi e che impediscono un sonno sereno.

L’azione di mangiare più di quanto sia necessario è sempre associato a problemi psicologici di tipo percettivo in quanto il soggetto non avverte mai la sensazione di sazietà.

Il fenomeno dell’iperfagia è strettamente collegato con l’obesità poiché le conseguenze derivate dall’eccessiva introduzione di alimenti si concretizza in notevoli incrementi ponderali.

Alla base di questi disordini nutritivi possono esserci sia disturbi d’ansia che di natura endocrina, dato che gli ormoni sono notevolmente collegati al metabolismo.

Obesità androide e ginoide

Esiste una netta distinzione tra obesità che interessa la popolazione maschile (androide) e quella che riguarda le donne (ginoide).

Oltre che dal punto di vista quantitativo, l’obesità deve essere valutata anche sotto quello qualitativo, in riferimento alla differente localizzazione dei pannicoli adiposi a livello della conformazione anatomica.

Già in condizioni fisiologiche la figura maschile è nettamente diversa da quella femminile, in conseguenza del fatto che il grasso corporeo si distribuisce anche in rapporto all’influenza degli ormoni maschili (androgeni) e femminili (estrogeni).

In condizioni patologiche queste variazioni possono esacerbarsi, dando origine a due tipi di obesità:
– androide (a mela);
– ginoide (a pera).

– L’obesità androide viene definita “a mela” poiché gli accumuli adiposi si localizzano quasi esclusivamente a livello dell’addome; si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto i visceri e le sedi intra-viscerali.

Essa è collegata a una maggiore incidenza di ipercolesterolemia e ipertensione, patologie dismetaboliche maggiormente rilevanti negli uomini.

– L’obesità ginoide invece viene denominata “a pera” tenendo conto che i pannicoli adiposi tendono a localizzarsi nella metà inferiore dell’addome e sui glutei, assumendo un aspetto periferico.

In questa situazione il grasso è prevalentemente di tipo sottocutaneo e spesso offre un substrato ideale per l’insorgenza di cellulite che viene considerata a tutti gli effetti come una complicanza dell’obesità.

Anche le donne possono soffrire di obesità “a mela” qualora i pannicoli si localizzino nei medesimi compartimenti di quelli maschili; in tali condizioni i rischi di sviluppare patologie collegate è identica a quella della popolazione maschile.

Per discriminare tra questi due tipi di obesità è consigliabile misurare la circonferenza della vita nel suo punto più stretto, un indice estremamente attendibile e molto utilizzato.

Tale valore deve essere:
– uomo: inferiore a 101,6 centimetri;
– donna: inferiore a 88,9 centimetri.

Sopra a questi numeri il rischio di sviluppare patologie metaboliche viene considerato alto e pertanto è necessario mantenersi entro i limiti riportati.

I principali rischi derivanti dalla presenza di obesità androide sono riferibili alla dislipidemia responsabile di numerose patologie cardio-vascolari.

Gli adipociti di questo tipo di obesità, che risultano maggiormente sensibili all’azione lipolitica delle catecolamine, tendono quindi a venire liberati nel sangue contribuendo a pericolosi fenomeni di ipertrigliceridemia.

Inoltre, in seguito alla loro diffusione nell’organismo, una parte arriva al fegato, alterandone il funzionamento.

Nel complesso si può dunque affermare che l’obesità androide consiste in una vera e propria malattia metabolica che può avere gravi conseguenze per l’intero organismo.

Bisogna cercare di eliminare questo genere di accumuli adiposi, impostando un regime dietetico dimagrante e affiancando una moderata (ma costante) attività fisica, per eliminare il grasso viscerale.

Il grasso sottocutaneo, tipico dell’obesità ginoide, risulta invece più refrattario alle cure e pertanto molto più difficilmente trattabile; essendo comunque meno pericoloso, la sua mancata eliminazione è meno rischiosa per la salute.

Obesità infantile

obesità infantile

Causata nella maggior parte dei casi dalla quasi totale mancanza di attività fisica, l’obesità infantile arriva a interessare fino a oltre il 20% della popolazione in età pediatrica.

Il movimento rappresenta infatti una componente essenziale per lo sviluppo dell’organismo, in particolare durante l’età dello sviluppo.

La fase di accrescimento del bambino è strettamente dipendente dall’equilibrio tra calorie introdotte con l’alimentazione e calorie consumate in seguito all’attività fisica.

Quando viene a mancare quest’ultima componente, il bilancio energetico si altera e i processi metabolici si orientano verso le fasi di accumulo; in questi casi i processi di lipolisi sono carenti e di conseguenza gli adipociti tendono ad accumularsi sotto forma di pannicoli adiposi.

Nella prima infanzia, quando il sistema scheletrico e quello muscolare sono in continua crescita, è ancora più importante che tali funzioni si sviluppino armoniosamente.

L’obesità infantile è particolarmente nociva in quanto nel successivo periodo adolescenziale il soggetto attraversa un periodo critico durante cui è quasi impossibile perdere peso.

E’ proprio in questa fase che viene determinato il potenziale di obesità dell’individuo, che dipende dal suo numero di adipociti; nell’adolescenza le cellule adipose aumentano in maniera significativa, per poi rimanere invariate nel resto della vita.

Nel passaggio tra adolescenza ed età adulta, gli adipociti possono variare le dimensioni, ma non il numero, che viene modificato soltanto in casi di obesità.

In età pediatrica le conseguenze di questo disturbo possono interessare l’apparato respiratorio (con la comparsa della sindrome delle apnee notturne), quello osteo-articolare (con una riduzione della mobilità oppure la comparsa dei piedi piatti) e quello cardio-circolatorio (con minore reattività cardiaca agli sforzi muscolari).

Partendo dal presupposto che un bambino obeso sarà certamente un adulto obeso è quindi fondamentale evitare che si verifichi tale dismetabolismo, ponendo estrema attenzione sia all’alimentazione che all’attività fisica infantile.

Quali sono i rischi dell’obesità

Un recente studio effettuato dall’OMS conferma che l’obesità è una vera e propria patologia, responsabile di disturbi anche piuttosto gravi che manifestano conseguenze soprattutto nel lungo periodo.

Per questo motivo essa sembra non comportare pericoli per la salute mentre invece è strettamente collegata a coronaropatie, ictus, diabete mellito di tipo 2, sindrome metabolica, steatosi epatica e disturbi osteoarticolari.

Tenendo conto che il disturbo può avere inizio in età pediatrica e continuare durante l’adolescenza e nella fase adulta, si può affermare che esso appartiene alla categoria delle malattie croniche, ma non incurabili.

Infatti è possibile diminuire notevolmente i rischi per la salute seguendo quattro suggerimenti, che sono:
– perdere chili corporei, tentando di raggiungere il proprio peso forma;
– praticare regolarmente una moderata attività fisica;
– seguire un regime nutritivo sano ed equilibrato;
– valutare periodicamente l’indice di massa corporea (rapporto tra chilogrammi di peso e centimetri di altezza).

Oltre l’85% dei pazienti che soffrono di diabete mellito di tipo 2 è anche in sovrappeso: tale condizione aumenta l’insulino-resistenza, responsabile dell’insorgenza di picchi glicemici.

Soggetti in sovrappeso compiono con maggiore difficoltà qualsiasi tipo di attività fisica, rientrando quindi in un circolo vizioso responsabile del peggioramento del diabete.

Secondo le più recenti linee guida, anche perdendo soltanto il 5% del peso corporeo, è possibile migliorare notevolmente l’assetto glucidico dell’organismo, eliminando in gran parte il rischio di patologie correlate.

Chi è in sovrappeso corre un maggiore rischio di sviluppare ipertensione, ipertrigliceridemia e ipercolesterolemia, che sono altrettanti fattori predisponenti a infarto e ictus.

Un eccesso di grasso, soprattutto se localizzato a livello addominale, contribuisce a incentivare la produzione di sostanze pro-infiammatorie, i cui effetti si fanno risentire sui vasi sanguigni, con aumento della percentuale di patologie circolatorie.

Per sindrome metabolica si intende l’insieme di tutti i fattori di rischio collegati all’obesità: essi riguardano l’assetto lipidico (trigliceridi e colesterolo), i valori di pressione arteriosa e la glicemia a digiuno.

Questa sindrome è strettamente collegata all’obesità, soprattutto quella di tipo androide, dato che essa amplifica tutti i fattori di rischio.

In questa situazione sarebbe utile perdere almeno il 10% del peso corporeo, smettere di fumare e assumere farmaci per compensare pressione arteriosa e glicemia.

Alcuni tipi di carcinoma come quello al colon e ai reni, oltre che nella donna quello all’utero e al seno, sono peggiorati dal sovrappeso.

Anche se non è ancora stata completamente chiarita la correlazione tra sovrappeso e rischio di tumore, si presuppone che gli adipociti siano in grado di produrre ormoni che agiscono sullo sviluppo delle cellule neoplastiche, potenziando la loro moltiplicazione.

In gravidanza il sovrappeso è un notevole fattore di rischio sia per la gestante che per il feto, infatti la madre ha maggiori probabilità di sviluppare una forma di diabete gestazionale, di pre-eclampsia e viene più frequentemente sottoposta a parto cesareo.

Il feto da parte sua corre maggiori rischi di essere affetto da malformazioni del tubo neurale, di essere ipersviluppato (con probabili difficoltà alla nascita) e di nascita prematura.

Nei casi in cui una gestante debba essere sottoposta ad anestesia generale o epidurale al momento del parto, se è affetta da sovrappeso corre maggiori pericoli di emorragia.

Considerando il fatto che durante i nove mesi della gravidanza il peso corporeo della madre è destinato ad aumentare, sarebbe buona norma che una donna in procinto di rimanere gravida non fosse in sovrappeso.

L’apnea notturna è un disturbo per cui il soggetto interrompe la respirazione per alcuni istanti durante il sonno.

Chi è in sovrappeso sviluppa una maggiore quantità di grasso intorno al collo, responsabile di una maggiore difficoltà respiratoria.

Se infatti le vie aeree superiori vengono ostacolate da depositi lipidici, fanno più fatica ad introdurre ed emettere l’aria.

L’apparato osteo-articolare risente notevolmente del sovrappeso, poiché è sottoposto a una maggiore pressione soprattutto a livello delle cartilagini articolari, che si logorano più rapidamente innescando patologie artrosiche e artritiche.

Soggetti obesi sviluppano inoltre molto più facilmente disturbi alla cistifellea, che viene sollecitata a sintetizzare una maggiore quantità di colesterolo; inoltre è frequente la formazione di calcoli biliari e di forme infiammatorie alla colecisti.

La steatosi epatica è una malattia che dipende dall’accumulo di lipidi a livello degli epatociti.

I soggetti in sovrappeso sono caratterizzati da una maggiore incidenza di questo disturbo che può evolvere in cirrosi e in insufficienza epatica.

Obesità e dolore lombare

Secondo l’OMS nei paesi in cui lo stile di vita e lo sviluppo economico contribuiscono a incrementare la percentuale di pazienti obesi, si osserva anche una maggiore incidenza di dolore lombare.

Il mal di schiena infatti aumenta in maniera proporzionale al carico ponderale a cui lo scheletro è sottoposto.

L’eziologie di molti disturbi dolorosi localizzati soprattutto nella porzione bassa del rachide (dolore lombare), dipende sia da una componente muscolare che da sofferenze discali.

Entrambi questi fattori sono peggiorati dal sovrappeso, in quanto un individuo grasso sforza muscoli scheletrici costringendoli a sostenere una massa corporea superiore alle loro capacità fisiologiche.

Nello stesso tempo i dischi intervertebrali vengono schiacciati dalla pressione del peso corporeo, contribuendo all’insorgenza di sindromi dolorose.

Nei soggetti lombalgici l’incremento del peso corporeo costituisce quindi un fattore aggravante la cui incidenza è confermata dal fatto che il dimagramento migliora nettamente i sintomi.

L’obesità è spesso unita alla perdita di tono muscolare della parete addominale, con accentuazione della lordosi lombare e della ipercifosi: tale scorretto allineamento della schiena, tipico della persona in sovrappeso, provoca un’eccessiva compressione delle componenti ossee, soprattutto in posizione eretta o seduta.

In base a queste evidenze, l’obesità viene quindi considerata come una comorbidità per i pazienti affetti da lombalgia.

Rimedi per l’obesità

L’obesità è un problema multifattoriale che quindi, per avere buone probabilità di riuscita, deve venire affrontato riguardo a numerosi aspetti.

Alimentazione

Diminuire l’apporto calorico rappresenta il presupposto indispensabile per dimagrire; a tale scopo è necessario impostare un adeguato regime dietetico da concordare con un nutrizionista.

Le calorie introdotte non devono comunque scendere al di sotto di un certo limite per evitare che l’organismo sia costretto ad affrontare pericolosi stati carenziali che potrebbero debilitarlo notevolmente.

Per perdere un chilo alla settimana, un individuo adulto dovrebbe ridurre l’apporto calorico di 1000 caloria al giorno; mentre per le donne il valore quotidiano di calorie può essere compreso tra 1000 e 1200, gli uomini necessitano di una quantità pari a 1200-1600.

Bisogna cercare di evitare diete troppo drastiche per non correre il rischio di modificare troppo il metabolismo; la dieta inoltre deve essere sana ed equilibrata per assicurare l’introduzione di tutti i principi attivi necessari.

Gli elementi nutritivi indispensabili alla sopravvivenza sono:
– proteine;
– carboidrati;
– lipidi;
– vitamine;
– minerali.

Secondo la maggior parte dei dietologi è opportuno eliminare completamente i grassi di origine animale, sostituendoli con quelli vegetali (soprattutto olio extravergine d’oliva), limitare il consumo di carboidrati, privilegiando quelli integrali e assumere una quantità libera di proteine sia animali che vegetali.

Oltre che dal punto di vista qualitativo, la dieta deve essere definita da quello quantitativo, optando per porzioni non abbondanti e distribuite in 5 pasti giornalieri.

Infatti è necessario che l’organismo non sia costretto ad affrontare periodi di digiuno, ma al contrario che si nutra frequentemente e con poco cibo, per non affaticare l’apparatro digerente e assorbire un’adeguata quantità di calorie.

Diminuire le porzioni rappresenta il metodo migliore per introdurre meno calorie ed equilibrare l’energia in entrata.

Attività fisica

Per perdere peso è necessario effettuare una moderata attività fisica, il cui ruolo è quello di bruciare le calorie in eccesso, rinforzando contestualmente l’apparato cardio-circolatorio e quello respiratorio.

I più indicati tipi di attività fisica sono:
– allenamento muscolare;
– esercizi aerobici;
– stretching;
– esercizi per l’apparato osteo-articolare.

Anche se la durata di questa attività fisica è estremamente variabile, si calcola che possano essere sufficienti da 150 a 300 minuti alla settimana, corrispondenti a 30-45 minuti al giorno.

Chi non è allenato essendo abituato a una vita sedentaria non può incominciare bruscamente l’attività fisica, poiché rischierebbe di mettere sotto sforzo l’intero organismo.

E’ consigliabile aumentare l’allenamento di 5 minuti ogni giorno, potenziando costantemente le varie parti del corpo, con particolare riguardo alla muscolatura volontaria.

Stile di vita

Lo stile di vita di una persona sovrappeso è fortemente condizionato da alcuni fattori, come la sedentarietà, le posture scorrette, il ritmo circadiano sonno/veglia, le interazioni con l’ambiente esterno.

Tenendo conto dell’estrema rilevanza della sfera psico-emotiva, è opportuno curare anche gli aspetti psicologici della personalità, per aumentare la propria autostima.

Molti pazienti obesi vengono stimolati a scrivere un diario personale dove annotare tutte le variazioni ponderali, i successi e le inevitabili sconfitte; in questo modo è possibile avere continuamente sotto agli occhi il percorso dimagrante.

Una particolare attenzione deve essere rivolta al riposo notturno dato che numerose ricerche scientifiche hanno evidenziato che persone soggette a insonnia mostrano una maggiore tendenza ad ingrassare.

I modelli comportamentali che attualmente caratterizzano numerose professioni sono impostati sull’estrema competitività, un fattore che molto spesso provoca frustrazione.

Una maggiore serenità nei rapporti interpersonali offre l’opportunità di affrontare serenamente le inevitabili difficoltà lavorative e quindi a raggiungere un equilibrio interiore che non può che dimostrarsi positivo per il controllo della fame nervosa.

Farmaci dimagranti

I farmaci dimagranti trovano impiego soltanto per pazienti fortemente obesi, la cui massa corporea abbia un indice superiore a 30, oppure a 27 se associato a problemi cardiaci o circolatori.

Bisogna sempre valutare attentamente il rapporto rischio/beneficio, anche in considerazione dei notevoli effetti avversi tipici di questi medicinali che hanno portato, alcuni anni fa, al ritiro dal commercio del principio attivo sibutramina, responsabile di un effettivo aumento dell’epidemiologia di infarto miocardico.

Attualmente l’unico preparato farmacologico ammesso è a base di orlistat, in grado di far perdere fino a 5 chili di peso al mese durante i primi sei mesi di terapia.

Esso agisce riducendo l’assorbimento dei grassi, anche se, non essendo selettivo, limita anche quello delle vitamine liposolubili, come A, D, E, K; pertanto è necessario assumerlo insieme a integratori multivitaminici.

Sono disponibili in commercio anche integratori dimagranti “brucia grassi” in grado di accelerare il metabolismo oppure preparati fitoterapici prodotti con estratti vegetali di vario genere.

Per qualsiasi tipo di sostanza è sempre necessario consultare il medico ed evitare pericolosi metodi “fai da te”, che da un lato possono rivelarsi inutili o addirittura dannosi.

Uno dei problemi principali è infine quello di mantenere i risultati ottenuti dato che spesso, al termine di una dieta ipocalorica, l’organismo tende a riacquistare il peso perduto.

Per raggiungere questo obiettivo è consigliabile farsi seguire da un dietologo, capace di impostare un programma nutrizionale personalizzato da continuare per il tempo necessario, prima di ritornare gradatamente alla normalità.






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