Calprotectina fecale

Che cos’é la calprotectina fecale ?

Calprotectina fecale

La calprotectina è una molecola proteica che mostra notevole affinità per zinco e calcio, ai quali si lega per poi trasportarli nei vari distretti dell’organismo, comportandosi come un carrier fisiologico.

Praticamente ubiquitaria in tutto il corpo, essa si trova soprattutto all’interno di alcuni tipi di leucociti, che sono i macrofagi, i monociti e i granulociti neutrofili.

Si tratta di cellule coinvolte in prima linea nella genesi della risposta immunitaria che, come tali, sono in grado di contribuire alla formazione del complesso antigene/anticorpo.

La funzione fisiologica di questa proteina è quella di opporsi allo sviluppo e alla moltiplicazione di agenti patogeni all’interno dell’organismo, tra cui batteri e miceti verso i quali svolge un’attività antimicrobica.

In presenza di un’infiammazione a livello del tratto gastro-intestinale, si verifica una migrazione verso di esso dei leucociti che rilasciano elevate concentrazione di calprotectina, che risulta quindi presente nelle feci.

Essa dunque può essere impiegata a scopi diagnostici dato che il suo dosaggio consente di ipotizzare la presenza di sindromi infiammatorie intestinali, come la rettocolite ulcerosa oppure il Morbo di Crohn, e alcune forme tumorali.

La proteina può venire dosata sia nel sangue che nelle feci, ma, mentre nel primo caso essa indica soltanto che è in atto un processo flogistico che potrebbe trovarsi in qualsiasi porzione del canale alimentare, nel secondo caso invece offre indicazioni più precise sulla sede dell’infiammazione.

Sia macrofagi che neutrofili sono leucociti capaci di secernere mediatori chimici in risposta a una stimolazione del sistema immunitario, e tra questi anche la calprotectina.

Grazie alla sua azione micostatica e batteriostatica, la molecola contrasta efficacemente la replicazione dei microrganismi patogeni, ma non li elimina in quanto non è dotata di potere battericida.

Perché si misura la calprotectina ?

La calprotectina viene di norma utilizzata come marker indiretto dei processi infiammatori, in relazione al fatto che la risposta immunitaria diretta è mediata dai leucociti.
Sono infatti questi globuli bianchi a sintetizzare la proteina che entra in azione in un secondo tempo.

I suoi livelli plasmatici aumentano in maniera aspecifica in seguito alla presenza di processi flogistici, così come anche quelli fecali con una maggiore selettività.

Il ruolo diagnostico della proteina è collegato alla possibilità di discriminare le patologie croniche infiammatorie, come RCU e Morbo di Crohn dalle sindromi disfunzionali, come il colon irritabile.

Se fino a un certo momento, i marker indicanti la presenza di malattie intestinali sono stati soltanto la PCR (Proteina C Reattiva) e la VES (Velocità di Eritro Sedimentazione), attualmente si impiega soprattutto il dosaggio di calprotectina per il suo potere discriminante nelle fasi iniziali della malattia.

Infatti il significato predittivo della molecola risulta estremamente indicativo soprattutto nelle prime fasi patologiche, quando i sintomi sono ancora aspecifici e non caratterizzanti.

Il dosaggio di questa proteina è in grado di evidenziare un’infiammazione in stadi talmente precoci da non risultare sufficienti per modificare i valori di PCR o VES.

Inoltre, un ulteriore vantaggio della calprotectina è quello di rimanere stabile fino a sette giorni a temperatura ambiente e fino a tre mesi se il reperto viene mantenuto a -20 gradi.

Un requisito particolarmente rilevante ai fini diagnostici è quello che assicura alla calprotectina l’indipendenza dei valori fecali dalle flogosi localizzate in altri distretti, responsabili invece di un’innalzamento dei marker sistemici.

Nella ricerca dei processi infiammatori dell’intestino, questa molecola è più affidabile anche rispetto al dosaggio della lattoferrina, una glicoproteina ad attività antimicrobica che viene dosata nelle feci per valutare la presenza di sindromi infiammatorie.

La ricerca di calprotectina fecale viene di norma effettuata in presenza dei seguenti sintomi:
– diarrea insensibile alle tradizionali terapie;
– sangue nelle feci;
– persistenti crampi addominali;
– astenia;
– febbre;
– perdita di peso.

Insieme al dosaggio della proteina generalmente vengono prescritte altre indagini cliniche, come:
-. coprocoltura;
– ricerca dei leucociti nelle feci;
– ricerca di sangue occulto;
– analisi del sangue con VES e PCR.

Per completare le indagini cliniche il paziente si sottopone di regola a una colonscopia completa (preferibile alla sigmoidoscopia) con prelievi bioptici ripetuti, con la finalità di eseguire un esame citologico dei reperti istologici.

Le malattie intestinali di tipo infiammatorio comprendono un ampio gruppo di patologie croniche caratterizzate dal danneggiamento delle cellule mucose di rivestimento dei vari tratti intestinali.

Anche se le cause non sono ancora state identificate con assoluta attendibilità, si ritiene che siano coinvolti processi autoimmuni su base genetica oltre che agenti patogeni.

Uno dei requisiti più tipici di tali disturbi è rappresentato dall’alternanza di fasi di remissione con altre di acutizzazione; è proprio in rapporto a questo andamento ciclico e ricorrente che il dosaggio di calprotectina fecale assume un ruolo fondamentale per monitorare la malattia.

La sua valutazione infatti consente di acquisire informazioni su:
– esistenza di uno stato infiammatorio in corso a livello intestinale;
– distinzione tra differenti tipi di patologie;
– monitoraggio della progressione della malattia diagnosticata;
– controllo durante le fasi di remissione.

Alterazioni del valore della calprotectina

Pur essendo variabili a seconda delle differenti metodiche di analisi impiegate dai laboratori, i valori di riferimento della calprotectina nell’adulto sono:
– negativi
corrispondenti a < 50 mg/kg;
– debolmente positivi
compresi tra 50 e 100 mg/kg;
– positivi
superiori a 100 mg/kg.

Bisogna tenere presente che nei bambini al di sotto dei quattro anni e negli anziani i valori di riferimento sono nettamente superiori in quanto l’età è un fattore condizionante sul metabolismo di tutti i processi organici.

Calprotectina alta

Le due cause principali che provocano l’innalzamento del valore di calprotectina fecale sono da un lato la presenza di patologie infiammatorie dell’intestino, come la RCU e il Morbo di Crohn, e d’altro lato quella di carcinomi avanzati.

A questi fattori scatenanti è necessario aggiungere anche alcuni tipi di parassitosi e di infezioni batteriche.

La proteina non aumenta invece quando si è in presenza di sindrome del colon irritabile, una patologia benigna dell’intestino crasso.

In alcune situazioni il dosaggio della molecola può indicare un aumento anche di notevole entità in relazione alla presenza di esofagiti, diverticoliti, malattie gastriche ee enterocoliti.

In tutte queste situazioni è opportuno completare il quadro anamnestico con l’esecuzione di una ecografia completa dell’addome (esame non invasivo) o anche con una colonscopia (esame invasivo).

Può essere soltanto il medico a decidere, sulla base della sintomatologia e dell’esame obiettivo del paziente, quale metodologia diagnostica seguire per arrivare a una diagnosi certa.

Dato che le malattie dell’apparato intestinale si manifestano con sintomi comuni sia a processi di elevata gravità sia a banali infiammazioni, è indispensabile poter approfondire le ricerche cliniche per discriminare con precisione tra i vari quesiti diagnostici.

Pertanto il riscontro di calprotectina alta di per sé non è necessariamente un indizio allarmante, ma piuttosto deve orientare medico e paziente verso una serie di approfondimenti.

Calprotectina bassa

In presenza di sintomi accompagnati da un dosaggio basso di calprotectina, di solito la diagnosi si orienta verso la sindrome dell’intestino irritabile oppure del Morbo Celiaco, due patologie funzionali dell’intestino su base infiammatoria che però non hanno nulla in comune con quelle precedenti.

Si tratta infatti di disturbi benigni che non evolvono in patologie maligne e che, nonostante la presenza di una sintomatologia analoga alle patologie più serie, tendono a migliorare anche senza terapie, ma soltanto seguendo un adeguato regime dietetico.

Come si esegue il dosaggio di calprotectina fecale

Per eseguire il dosaggio di questa proteina è necessario disporre di un piccolo quantitativo di feci, raccolto in un apposito contenitore sanitario, che non deve venire contaminato dalla presenza di urine o acqua anche in tracce.

Il paziente non deve essere a digiuno, ma deve soltanto avere l’accortezza di non metter il prelievo a contatto con materiale sporco e inquinante.

Nei giorni precedenti al test è raccomandato di astenersi da attività fisica particolarmente impegnativa.

Bisogna rimandare l’esame se sono presenti emorroidi oppure durante il periodo mestruale femminile in quanto le feci non devono contenere tracce di sangue.

Di solito il medico prescrive l’interruzione di terapie a base di FANS o anche di anti-acidi gastrici.

L’esame deve essere ripetuto almeno due volte a distanza di 48 ore.

Interpretazione dei risultati

L’interpretazione dei risultati del dosaggio di calprotectina fecale è innanzitutto di tipo quantitativo dato che più alti sono i valori riscontrati e più grave è la patologia ad essi collegata.

Come accennato i rischi maggiori sono appunto collegati all’innalzamento della concentrazione di questo marker, che comunque costituisce soltanto uno dei vari supporti diagnostici necessari.

Il medico, basandosi sull’analisi dei dati, può quindi decidere se non proseguire con altre indagini (nel caso di dosaggi bassi) oppure se prescrivere un’ecografia addominale o una colonscopia.

L’esame più specifico in caso di patologie intestinali rimane sempre quello endoscopico in quanto, essendo l’intestino un organo cavo, risulta facilmente ispezionabile tramite sonda.

Inoltre la colonscopia consente anche, in sede di esecuzione, di effettuare dei prelievi di cellule da sottoporre alla biopsia, per identificare un’eventuale trasformazione istologica in fase precoce.

Trattandosi di un’indagine invasiva che prevede una preparazione piuttosto laboriosa, essa viene prescritta soltanto in casi di effettiva necessità e, nonostante sia inserita negli screening preventivi per il tumore al colon, non viene eseguita con la frequenza raccomandata.

Per ottenere un quadro clinico completo i pazienti affetti da disturbi all’intestino devono sottoporsi periodicamente a una serie di indagini allo scopo di monitorare l’andamento della malattia.

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